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***Sfacciati***

Mercoledì 21 Dicembre 2016
autoritratto
Momò Calascibetta-AutoRitratto-cm.60×80 acrilico 2016

Si inaugura giovedì 22 dicembre 2016, alle ore 19.00, presso la Civica Raccolta “Carmelo Cappello” di Palazzo Zacco a Ragusa, la mostra Sfacciati, cura di Andrea Guastella. L’esposizione raccoglie oltre cinquanta autoritratti d’artista che l’Amministrazione Comunale di Ragusa è lieta di ospitare nelle splendide Sale di Palazzo Zacco, dove potranno incontrarsi «con le sculture di Carmelo Cappello» offrendo ai ragusani e ai tanti turisti che ogni giorno visitano il museo «una riflessione su un genere – l’autoritratto – che forse più di tutti contraddistingue la nostra civiltà, ma che gli artisti sono ben lungi dall’aver esaurito quanto a forza e potenzialità».
I visitatori potranno inoltre soffermarsi su un video di Giancarlo Busacca con interventi critici di Andrea Guastella dedicato al tema dell’autoritratto.
Il corto, presentato in occasione dell’inaugurazione della mostra, sarà proiettato a ciclo continuo nell’aula video di Palazzo Zacco.
In occasione della mostra il Comune di Ragusa e l’Associazione Aurea Phoenix organizzano il concorso Realizza il tuo autoritratto. Il concorso, riservato a chi pratica il disegno e la pittura, prevede la creazione di un’opera artistica, su tela, su tavola o su carta, di formato massimo 70×50 cm, ed è suddiviso in quattro sezioni: 1. Scuola primaria; 2. Scuola media inferiore; 3. Scuola media superiore; 4. Sezione libera, aperta a chiunque voglia partecipare, senza limiti di età e condizione
Gli elaborati dovranno pervenire entro e non oltre il 7 gennaio 2017, ore 13.00, presso la Civica Raccolta Cappello di Via San Vito 158. I vincitori, giudicati da una giuria designata dal Comune di Ragusa e dall’Associazione Aurea Phoenix e presieduta dal Sindaco, saranno premiati con la possibilità di tenere una mostra in uno spazio pubblico e con premi offerti dall’Associazione Aurea Phoenix e da sponsor. La premiazione avverrà sabato 14 gennaio alle ore 17.00 presso Palazzo Zacco.
Dal testo in catalogo (Aurea Phoenix Edizioni) di Andrea Guastella: «Voglio essere sfacciato anch’io, confessarvi senza peli sulla lingua l’intera verità.
Questa mostra è stata, come si suole dire, un incidente. Avevo ricevuto, insieme a un amico, un incarico istituzionale: passare in rassegna gli uffici del Comune di Ragusa per individuare, tra le opere d’arte che ospitano, le più interessanti, allo scopo di predisporre la loro ricollocazione in un contesto museale.
Occorreva, ovviamente, interloquire con i dipendenti, spiegando loro come la nostra ispezione non fosse finalizzata a licenziamenti di massa, e facendoci spiegare a nostra volta dove si trovassero statue e dipinti, spesso conservati in magazzini o locali chiusi al pubblico, per tracciarli e stilare le relative schede. Ora, la risposta degli impiegati statisticamente più frequente era: “Qui gli unici pezzi da museo siamo noi che vi parliamo!”.
Lo avevano ripetuto con tanta convinzione da suggerirmi una rassegna dei loro ritratti, e chissà che prima o poi non ci faccia un pensierino. Ciò che però conta è come la visione dei lavoratori museificati – o mummificati, che è un po’ la stessa cosa – si sia unita a una riflessione che conduco da tempo sull’attitudine umana a lasciare ai posteri una traccia, un segno testimoniale del proprio passaggio sulla terra.
Tutti vorremmo vivere per sempre e non potendo, per scontate ragioni, realizzare questo sogno, affidiamo la nostra esistenza a puri oggetti, materiali o immateriali. Alcuni si contentano della buona fama, altri fanno figli, altri ancora appesantiscono di selfie la memoria del cellulare, salvo scaricarla periodicamente, con tante grazie a Facebook, sul proprio profilo.
In realtà questa esigenza nasconde forse un vuoto, un’inquietudine di fondo che i “selfisti” provano a curare attirando su di sé l’attenzione degli altri. Non è però solo di questi Sfacciati che ho intenzione di parlare. Da prima che Internet fosse, gli artisti si cimentano nell’autoritratto. Il capostipite, secondo Plinio il Vecchio, fu l’architetto e scultore Teodoro: si ritrasse in una statua che stringeva nella mano sinistra una mosca, sotto le cui ali si trovava una quadriga; la quadriga, prodigio di cesello, fu rubata, l’autoritratto rimase. Il secondo ricordato da Plinio lo dipinse una “perpetua virgo”, tale Iaia di Cizico, guardandosi allo specchio. Nel mondo classico l’autoritratto era dunque roba da zitelle vanitose o da bimbi mal cresciuti.
Bisognerà aspettare il Velo della Veronica, il Mandylion – insomma, il tanto bistrattato Medioevo – perché l’autoritratto, con sì illustri ascendenti, acquisti quella dignità che gli sarà conferita a pieno titolo solo nel Rinascimento, quando nascono le prime gallerie di autoritratti e si scovano autoritratti di artisti ovunque, anche dove ne mancavano (emblematico il caso del Vasari che, nella prima edizione delle Vite, non individua autoritratti di Giotto, nella seconda gliene attribuisce tre).
È da allora che l’autoritratto diventa, con Dürer e Tiziano, Rembrandt e Courbet, un genere a sé, immagine di assoluta indipendenza ma anche sintomo di una cultura – la nostra – che ha fatto di Narciso, dell’uomo innamorato di se stesso, il suo nume tutelare.
Siamo poi così certi che un autoritratto di Van Gogh sia più nobile – almeno nelle intenzioni – di una foto di Andy Warhol, o di uno scatto digitale?
Stando ai dati oggettivi, il tempo dell’autoritratto, rispetto a quello del selfie, è molto dilatato. Di solito l’autoritratto non è un prodotto estemporaneo: nella sua lentezza sono compresi l’attesa dello sguardo, lo sguardo stesso e la fatica necessaria a tradurlo, con le innovazioni che la pratica e la meditazione suggeriscono.
Vi è però in comune, tra autoritratto e selfie, un elemento essenziale: non tanto l’assenza del pubblico, cercato dall’uno e dall’altro, quanto quella del committente. Selfie e autoritratti si creano anzitutto per se stessi, per soddisfare un’esigenza personale. Perciò è invalsa l’abitudine di considerarli la chiave di accesso al segreto degli autori.
Come scriveva Plotino, la nostra immagine reale non è quella restituita dallo specchio: “Rientra in te stesso e guarda: se ancora non ti vedi bello di dentro, fa’ come lo scultore di una statua che deve venir bella, il quale a volte toglie e a volte leviga, a volte liscia e a volte raffina”.
Al termine di questo processo, nascosto negli autoritratti, palese nei selfie, posto che l’idea che ci facciamo di una certa persona scaturisce dalla somma delle sue presentazioni, appare infine il volto: sarà semplicemente bello, o anche vero?
Non saprei proprio. La maschera è, non di rado, il male minore. E, come non sempre il volto è il clou di un autoritratto – non mancano autoritratti di spalle, o con il capo abbassato – non è affatto scontato che l’autoritratto equivalga al testamento di un pittore.
Mica tutti gli artisti sono inguaribili Sfacciati come quelli accorsi al mio richiamo!
Ve ne sono anche di chiusi e riservati, che mai si sognerebbero di affaticarsi sulla propria sacra effigie (diciamolo chiaramente: chi si autoritrae avrà pure un alto concetto di sé, ma non può essere privo di ironia).
Quanto a me, non posso farci niente: convinto come sono che, anche quando non dipingono se stessi, gli artisti facciano sempre autoritratti, preferisco gli autoritratti espliciti a quelli simulati, come, nella vita di ogni giorno, preferisco chi mi rivolge un saluto a chi mi ignora.
Sarà perché anch’io – come gli adorabili impiegati del Comune di Ragusa – amo scherzare con la gente che incrocia il mio cammino? E che cos’è l’arte se non un invito a stabilire, tra artista e osservatore, un rapporto di intesa, se non addirittura di amicizia e confidenza?
Squadriamoli attentamente, questi Sfacciati. Forse non tutti ci sembreranno simpatici. Ma se anche uno solo sarà riuscito a scalfire l’alienazione che ciascuno a suo modo sperimenta, questa mostra non sarà del tutto vana».

Info: Andrea Guastella, mail: andreguast@yahoo.com
Cell: 327.4059001

Mostra: Sfacciati
Curatore: Andrea Guastella
Autori: Giuseppe Alletto, Salvatore Aquino, Arturo Barbante, Salvo Barone, Antonio Bruno, Momò Calascibetta, Sebastiano Caldarella, Calusca, Carmelo Candiano, Mavie Cartia, Salvo Catania Zingali, Giulio Catelli, Salvatore Chessari, Carmelo Cilia, Franco Cilia, Giuseppe Colombo, Margherita Davì, Giuseppe Diara, Salvatore Difranco, Angelo Diquattro, Angelo Distefano, Giorgio Distefano, Atanasio Giuseppe Elia, Franco Filetti, Alessandro Finocchiaro, Sergio Fiorentino, Bruna Fornaro, Franco Fratantonio, Salvatore Fratantonio, Giovanna Gennaro, Alessandra Giovannoni, Sebastiano Grasso, Angelo Guastella, Mariella Guastella, Giovanni La Cognata, Giovanni Lissandrello, Massimo Livadiotti, Guglielmo Manenti, Sebastiano Messina, Milena Nicosia, Michele Nigro, Miriam Pace, Alida Pardo, Maurizio Pierfranceschi, Ettore Pinelli, Franco Polizzi, Francesco Rinzivillo, Giovanni Robustelli, Piero Roccasalvo Rub, Manlio Sacco, Franco Sarnari, Ruggero Savinio, Alfonso Siracusa, Marco Stefanucci, Paolo Strano, Luciano Vadalà, Giampaolo Viola, Amir Yeke
Organizzazione: Comune di Ragusa - Associazione Culturale Aurea Phoenix
Catalogo: Aurea Phoenix Edizioni
Video: Associazione Arte Eclettica – Aurea Phoenix Edizioni. Regia di Giancarlo Busacca
Luogo: Civica Raccolta “Carmelo Cappello”, Palazzo Zacco, via San Vito 158, Ragusa
Recapito telefonico: 0932 682486 (Centro Servizi Culturali, Ragusa)
Inaugurazione: giovedì 22 dicembre 2016, ore 19.00
Durata: 22 dicembre 2016 – 25 febbraio 2017
Orario: martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 8.00 – 14.00, 15.00 – 19.00; sabato ore 9.00 – 13.00, 15.00 – 19.00
Giorno di chiusura: domenica, lunedì e festivi
Ingresso: libero

Divino Amore. L’enigma dell’amore nell’arte contemporanea

Giovedì 15 Dicembre 2016

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Momò Calascibetta-La nicchia del cavallo- cm.50×40 acrilico 1987

Celeste o terreno? E’ un’interrogazione aperta sul tema dell’amore, declinato in cinque tappe espositive attraverso i linguaggi visivi dell’arte contemporanea, la mostra aPalazzo Bonocore di Palermo che si inaugura giovedì 15 dicembre, alle 18.  Divino Amore. L’enigma dell’amore nell’arte contemporanea” (15 dicembre 2016 - 31 marzo 2017) a cura di Alba Romano Pace è il titolo del progetto coordinato da Lucio Tambuzzo, direttore artistico della struttura che dal 2015 è sede del Museo del patrimonio culturale immateriale della Sicilia e dell’associazione I World.

In mostra, fino al 31 marzo, sono opere di Giuseppe Agnello, Salvo Agria, Francesco Balsamo, Momò Calascibetta, Cinzia Conte, Rita Casdia, Gaetano Cipolla, Sergio Fiorentino, Grazia Inserillo, Carlo Lauricella, Charles Maze, Maurice Mikkers, Andreas Söderberg - Collettivo Moment22, Collettivo Studio Forward, Collettivo mammasONica, Domenico Pellegrino, Giuseppe Pulvirenti, Ignazio Schifano, Marco Stefanucci, Giuseppe Zimmardi. Un’installazione di Domenico Pellegrinodedicata a santa Lucia, sarà invece ospitata nel vicino Oratorio della Carità ai Crociferi, cheritorna finalmente visitabile ogni giorno.
Ispirata alla tela di Tiziano del 1514, “Amor sacro Amor profano”, la mostra di Palazzo Bonocore esplora, nei suoi significati ed ambivalenze, l’eterno enigma dell’amore attraverso i linguaggi pluriformi dell’arte contemporanea. “Video, installazioni, pittura e scultura – spiega la curatrice Alba Romano Pace - intrecciano tecniche e linguaggi differenti, innestano identità culturale ed evocazioni sensoriali, focalizzando l’attenzione sull’interazione uomo-natura. Il proposito è quello di creare una sorta di “fenomenologia dell’amore”, mettendo in evidenza i contrasti e le affinità che intercorrono tra le sue due più forti espressioni: la celeste e la terrena, antitetiche solo in apparenza. Ogni elemento dell’amore può essere l’uno e il suo esatto contrario, ma riesce a mandare un unico messaggio di pace”.
Sul tema della mostra interviene anche, il direttore artistico Tambuzzo:“In una terra come la Sicilia, marcata attraverso i secoli da tradizioni e riti in costante oscillazione tra il religioso e il pagano, abbiamo voluto indagare l’evoluzione delle forme dell’amore. Il racconto è scandito attraverso cinque stanze: dalla tradizione classica fino al contemporaneo, una dialettica creativa reinterpreta nel presente elementi simbolici fortemente ancorati all’immaginario mentale dell’essere umano e carichi di ambivalenze”.
La mostra “Divino Amore” sarà visitabile a Palazzo Bonocore dal lunedì al venerdì (10-13.30 e 14.30-17.30)
Struttura dell’esposizione “Divino Amore”
Le Cinque Stanze: il percorso della mostra si articola in cinque stanze, in ognuna viene declinato un tema, secondo i due aspetti (terreno e celeste) dello stesso argomento.
1. Il Chiarore e l’Oscurità 
Si è spesso attribuita all’amore spirituale una luce divina, simbolo della rivelazione, mentre la notte nasconde grazie all’oscurità, permettendo ciò che la vista vieta. Nell’opera del Collettivo mammasONica si invita lo spettatore a passare “attraverso lo spettro” luminoso, vivendo un viaggio sensoriale dal buio alla luce, attraversando i colori. Una ricerca ispirata dai maestri del tonalismo, che modulavano le tonalità sulle sequenze che interagivano con la psiche. Lo spettatore si ritrova immerso nei pigmenti luminosi seguendo un percorso che va da una fase di osservazione, ad una di esplorazione e contemplazione, senza conoscerne la sequenza e lasciandosi trasportare dall’emozione.
2. Corpo spirituale e Corpo materiale 
Il corpo è al centro dell’amore, è tramite e limite tra l’Io e l’Altro. Il corpo può essere macroscopico, come il grande uomo-totem di Giuseppe Zimmardi o microscopico, come l’opera Minibaby di Rita Casdia, accompagnata dalla sua scultura di capelli, elemento del desiderio, portato al suo estremo e quasi disumanizzato. L’installazione diGaetano Cipolla con i suoi disegni fragili e dal tratto sintetico, racconta la convivenza quotidiana tra l’anima di un uomo ed il suo involucro di pelle e carne. Frammenti di corpo sono le reliquie dei santi, che hanno la capacità di generare miracoli: da qui gli ex-voto dei fedeli per grazia ricevuta, rievocati negli Amori immaginari di Giuseppe Pulvirenti, che gioca con le sagome ed i riflessi degli ex-voto che rappresentano una parte del Sé, tanto spirituale quanto reale, poiché ognuno di essi indica dettagliatamente la parte del corpo salvata dal miracolo.
3. L’acqua purificatrice e la Fonte della vita 
Trasparente e fluida l’acqua da sempre è il simbolo della vita. L’acqua del Fonte battesimale lava dai peccati mentre l’acqua della Fonte dell’eterna gioventù è l’emblema della fertilità e del piacere. Dio manda il Diluvio Universale per punire e purificare le colpe degli uomini, Giove si trasforma in pioggia per fecondare Danae. Elemento femminile per eccellenza, l’acqua si presta anch’essa alle ambivalenze.  Nel video delColletivo Studio Forward, l’immersione è totale, purificante e sensoriale. Un contatto ritrovato con la natura in una sensazione di libertà. Lo stesso legame uomo-natura si ritrova nell’installazione di Carlo Lauricella: qui è il sale, elemento d’acqua, che nelle sue cristallizzazioni evoca la purezza e l’eternità. Di acqua e sale si compongono anche le lacrime, che analizzate al microscopio dall’olandese Maurice Mikkers, si scoprono possedere una cristallizzazione differente a seconda del motivo per cui si piange. Affascinanti e misteriose, le lacrime sono esaminate nella loro bellezza segreta dal microscopio di Mikkers che le rende concrete agli occhi dello spettatore. Alla pioggia che lava e feconda fanno riferimento le gocce di Ignazio Schifano e l’opera Preghiere diFrancesco Balsamo, un piccolo oggetto che trattiene in sé la bellezza e l’intimità di un moderno ex-voto, un ombrello che come una conca raccoglie la pioggia di preghiere e desideri dei fedeli. L’acqua sorgente di piacere appare nella fonte dell’eterna giovinezza dipinta da Momò Calascibetta, dove la Fontana della Vergogna di Piazza Pretoria diviene un inno d’acqua al divertimento, alla gioia e al piacere. Lo spettatore è infine invitato ad immergersi in un bagno di luce nell’opera di Cinzia Conte, che immagina uno spazio acquatico tra le mura del palazzo creando un’atmosfera tra magia e meditazione.
4. L’Eden e il Giardino delle delizie 
La natura è una silenziosa complice dell’amore. Il giardino è metafora della bellezza, è quello spazio d’eccezione creato da Dio affinché si amassero l’uomo e la donna e da questi miseramente perduto. L’opera L’anima e il corpo di Giuseppe Agnello evoca Adamo ed Eva, divenuti parte di quel giardino ormai arido, dove non fioriranno nuovi boccioli ma gli arbusti si innesteranno nell’animo e nella carne dell’essere umano come un memento del tempo passato, nostalgia e condizione esistenziale. Nell’opera delColletivo svedese Moment22, la mela ormai morsa che respira affannosamente come se fosse divenuta viva, è il simbolo del peccato, dell’atto compiuto e dell’impossibilità del tornare indietro, dello sbaglio ormai irrecuperabile. Ma il giardino è anche il luogo che attende le anime purificate dopo la morte e la natura, nel suo essere prorompente e rigogliosa, è ugualmente simbolo di lussuria e sessualità. Dal Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch nascono gli enormi fiori rossi, le liane e la vegetazione fantastica dell’opera di Grazia Inserillo. Nelle Anamorfosi di Charles Maze, le piante, fiori e animali avvolgono e attraverso i profumi, i colori e la loro ambiguità, personificano l’eros e l’ebbrezza dell’abbandono dei sensi.
5. Veneri e Sante 
La donna attraverso il mito e la sua rappresentazione, è la protagonista di questa sezione, così come è la protagonista nel quadro di Tiziano che fu il dono di nozze di Nicolò Aurelio, Gran cancelliere di Venezia, alla sua sposa. Le due donne che vi sono rappresentate indicano l’amore nelle sue due forme ovvero la beltà ornata e la beltà disadorna. Venere, svestita, pura nella sua nudità, si rivolge alla sposa ancora adorna di gioielli e vanità, per indicarle la via verso l’amore. Il gioco di sguardi tra le due donne, i loro corpi, uno nudo l’altro coperto, l’ambiguità che si crea tra il nascondere e il mostrare, sono il motivo ispiratore di questa sala dove, tra gli affreschi dell’alcova, Veneri e Sante, dialogano tra loro confondendo lo spettatore. Nel ritratto di Sergio Fiorentino, il sorriso enigmatico della donna e quel tratto blu appena accennato sul suo capo, pongono la figura tra il celeste ed il terreno, senza riuscire a posizionarla in nessuno dei due elementi. Il volto di donna di Marco Stefanucci sorge dal buio come una visione. Al mondo onirico appartengono i personaggi di Madame Papier, il video diSalvo Agria, che porta “oltre lo specchio” facendo immergere per sette minuti nell’antro di un antico palazzo incantato della vecchia Palermo, rendendo partecipi dei suoi misteri e complici dei suoi fantasmi. Inebriate e prigioniere di una giostra stregata sono leDame di carta di Ignazio Schifano, che nonostante la corposità della materia pittorica, sembrano anch’esse per svanire sotto lo sguardo dello spettatore. L’Omaggio a Santa Rosalia e la restituzione del giglio rubato si concretizzanonel carro di Fabrizio Lupo e soprattutto con la scultura di Domenico Pellegrino, entrambi già parte della collezione permanente di Palazzo Bonocore. La Santa Rosalia di Pellegrino é attraversata da un vento divino che le scuote l’anima, il viso e le vesti: la notte del 4 settembre del 2014, la statua fu rovinata perché qualcuno strappò il giglio d’argento  (insieme ad un dito). In occasione della mostra Divino Amore, la Michele Matranga Gioielli ridona alla Santa il suo fiore originale, realizzato, su disegno di Domenico Pellegrino, dal maestro orafo Michele Matranga e dal maestro argentiere Benedetto Gelardi. Un gesto generoso che si tinge di una forte simbologia: quel fiore é una metafora di Palermo, l’omaggio vuole essere d’auspicio al rifiorire della città.

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Sabato 30 Luglio 2016







Tufanostudio25, Agora, V.Giamporcaro, il Comune di Pantelleria e i curatori, Italo Cucci, Mascia Maluta e Franca Zona, hanno il piacere di presentare la seconda edizione di

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-Mediateca di Pantelleria-

sabato 30 luglio 2016 ore 19,00 




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Una mostra di pittura , fotografia e video, ospitata dalla Mediateca di Pantelleria, di cui i protagonisti sono cinque artisti che amano Pantelleria, Maria Pia Adamo, Momo’ Calascibetta, Angela Carrubba Pintaldi, Federico Ferrario e Giovanna Lentini. Saranno affiancati da quattro giovani artisti panteschi Samuel Gorgone, Stefano Maccotta, Martina Minardi e Marco Valenza.

Considerando il risultato positivo della prima edizione della mostra evento che si è svolta a Pantelleria la scorsa estate, ospitata dal Comune nella location dello spazio Mediateca, con Giovanni Tufano e la collaborazione di Italo Cucci, Mascia Maluta, Franca Zona e le Associazioni Agorà e Giamporcaro di Pantelleria, torna la seconda edizione che si svolgerà sempre a Pantelleria, dal 30 luglio, all’8 agosto 2016.L evento avrà concettualmente gli stessi contenuti della prima edizione, mentre per quanto riguarda i nove artisti cercheranno con i loro lavori di esprimere il forte coinvolgimento concettuale fra gli elementi naturali che caratterizzano l isola di Pantelleria e le loro emozioni. L’ obiettivo sara’ sempre quello di sottolineare i pregi delle materie naturali, che saranno protagoniste dei lavori degli artisti, disponibili sull’isola, per enfatizzare un lavoro creativo e artistico che promuova l immagine di Pantelleria in Italia e nel Mondo.

Il numero 9 è simbolo di completezza e compimento, infatti l’energia vibrazionale di questo numero comprende la forza di tutti quelli che lo precedono. E’ un numero che si riproduce continuamente, composto da 3 volte il numero 3(la perfezione al quadrato), serve da dissolvente per tutti i numeri senza che mai si associ a qualcuno né per somma né per moltiplicazione. E’ l’ultimo numero delle cifre decimali che rappresentano il cammino evolutivo dell’uomo.Al cuore di questo nuovo progetto vi èuna chiara simbologia numerica:3 gruppi di artisti, 3 curatori, 3 associazioni promotrici. 3 energie al quadrato che nel loro moltiplicarsioriginano una forza superiore che al tempo stesso le amplifica e supera singolarmente. I 3 gruppi di artisti saranno i costruttori, le 3 associazioni le fondamenta e i 3 curatori il cemento necessario a tenere tutto insieme. TUFANO , che come artista Fluxus si mostra sempre fluido e in divenire, ha fatto suo il concetto di opera d’arte totale che racchiude in sé ed esprime in un sol colpo tutte le arti, superando ogni confine e categoria. Da anni delega ad altri di occupare il suo spazio ed anche in questo caso quando il presidente dell’associazione culturale V.Giamporcaro gliene offre uno per allestire una propria personale, l’artista gira l’invito coerentemente con la sua vecchia filosofia del Creare Lasciando Creare. L’artista ha ormai acquisito la consapevolezza del fatto di essere null’altro che un piccolo tassello di un mosaico molto più grande, in cui ciascuna tessera è unica e speciale, ma soltanto nell’armonia del tutto è possibile apprezzare la figura scaturita e ammirarne tutta la completezza.Offrire ad altri la possibilità diriempire un vuoto, non accontentandosi di occuparlo da sé dona all’ altro l’opportunità di esserne a propria volta l’autore; e così crea la propria opera lasciando agli altri il modo di creare la propria. Il teatro in cui si svolge la scena è proprio l’isola di Pantelleria, attorno alla quale queste triplici energie creative si concentrano. Perché non si tratta solo di un’isola dallo splendido mare e dai pregiati prodotti, ma è molto di più; è questo che TUFANO da anni cerca di portare alla luce, di mettere allo scoperto le enormi potenzialità del territorio e dei suoi abitanti e renderli consapevoli e capaci di valorizzare ciò che la natura gli offre.Inaugurazione sabato 30 luglio 2016 ore 19,00 con la proiezione di un video “mostra di scultura su pantellerite” di Franca Koprenig.La mostra prosegue sino all’8 agosto con i seguenti orari 10,00 alle ore 12,00 e dalle 19,00 alle 22,00 tutti i giorni festivi compresi.Tufanostudio25

Viale Col di Lana, 14 – 20136 MILANO

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Tel:38042772384/3279891518

tufanostudio@gmail.com 

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dejavù-apri.blogspot.com

MAGNETIKZONE

Lunedì 25 Luglio 2016

Il 27 Luglio presso il Museo Civico di Torre di Ligny di Trapani si inaugura

MAGNETIKZONE

A cura di Amerigo De Agostini

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progetto internazionale ideato da Antonio Sammartano e Darine Rajhi,

tenutosi in precedenza a Taiwan e Budapest.

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Una mostra di arte contemporanea e una discesa in campo dell’omonima associazione che da anni è attiva anche nella città di Trapani in Sicilia.

La mostra, che invita a confrontarsi artisti italiani e internazionali, rientra nei progetti di diffusione e valorizzazione della creatività artistica contemporanea proposti negli anni dall’associazione.

MAGNETIKZONE, con il suo attivismo militante, si pone come riferimento per artisti italiani ed internazionali, affermati ed emergenti, allo scopo di creare un dibattito sul valore e sul significato dell’arte contemporanea oggi.

Obiettivo della mostra, e più in generale dei progetti di MAGNETIKZONE, è quello di rendere il valore dell’arte contemporanea comprensibile e accessibile a tutti, anche ai più apparentemente lontani da essa.

Le convinzioni da cui il progetto muove sono quelle di un’arte libera da pregiudizi e dogmatismi: un’arte che può sorprendere, vincere l’indifferenza e favorire sguardi inaspettati sul mondo che ci circonda. La sensibilità artistica che MAGNETIKZONE vuole diffondere non è un modo fantasioso e astratto di guardare le cose, bensì un concreto strumento di riflessione sulle tensioni che muovono noi stessi, le persone, nella società.

Gli artisti invitati lavorano su temi diversi e ognuno con il proprio stile: astratto, figurativo,installazione, scultura. Molteplici tendenze sono presenti. Gli artisti, di generazioni e provenienza diverse sono tuttavia accomunati da un’attenzione alla dimensione interiore, di cui la loro arte è tramite.

La mostra propone le opere di:

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Evita Andujar, Ellen Barrett, Pino Bonanno , Alfredo Bernasconi, Ela Bialkwska, Luca Bidoli, Isabella Branella, Momò Calascibetta, Silvio Cattani, Enea Chersicola, AK. Douglas, Barbara Duran, Francesco Faraci, Giovanna Fra, Raffaella Formenti, Marjana Goxhabelliu, Costabile Guariglia, Sue Kennington, Fitz Herrera, Hoyoung Im, Antonello Incagnone, Mauro Lovi, Kathrin Loges, Andrea Lombardo, Franco Mazzucchelli, Luca Mannino, Franzisca Möbius, Samir Makhlouf, Claudio Olivieri, Albano Paolinelli, Jasmine Pignatelli, Ravi Ranjan, Massimiliano Robino, Antonio Sammartano,Francesca Scalisi, Linda Saporito, Elena Strada, Riccardo Tripodi, Mattia Rossi, Anastasia Titova-Yakubenko, Giorgio Vicentini, Andrey Volkov, Yuqing Xia, Neven Zoricic.

Il confronto tra artisti della scena internazionale con giovani artisti di Trapani è il punto focale della manifestazione: un campo magnetico all’interno del quale linguaggi opposti si attraggono, e che vuole estendere la sua forza attrattiva su tutto il territorio chiamando la collettività a partecipare.Per la durata della mostra la splendida Torre di Ligny, protesa nel mare, tornerà alla sua antica funzione di vedetta, non più a vigilare sull’arrivo di navi nemiche, ma ad avvistare all’orizzonte l’importanza della creatività artistica.

MAGNETIKZONE

-inaugurazione 27 Luglio ore 19.00 presso il Museo Civico di Torre di Ligny di Trapani

-orario: da martedì a domenica ore 10.30 - 13 e 16.30 - 19.30

-via Torre Di Ligny (91100)

-magazziniarteitaly@libero.it

-https://www.facebook.com/magazzinidellartecontemporaneatrapani/

MINIMA - azioni contemporanee

Mercoledì 13 Luglio 2016

“MINIMA - azioni contemporanee”

a cura di 

Antonio Vitale, Giovanna Susan, Francesco Piazza

inaugurazione - venerdì 15 luglio, ore 18.30

SAC – S. Agostino Contemporanea / di Palazzo Bellomo
Via Nizza 14, Ortigia – Siracusa

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La mostra collettiva dal titolo “MINIMA… azioni contemporanee”, visitabile presso gli spazi del – SAC / S. Agostino Contemporanea di Palazzo Bellomo – a cura di Giovanna Susan, Antonio Vitale e Francesco Piazza si racconta attraverso la voce diversamente narrante di ventitré interpreti del panorama artistico non solo nazionale.

Una lettura eclettica del testo contemporaneo con timbri espressivi densi, personali e a volte distanti, comunicati attraverso la pittura, il disegno, la fotografia, la scultura, e le diverse tecniche miste.

Le opere in mostra interpretano “MINIMA…” in maniera differente rispondendo al suo richiamo per formato, segno, luogo, orizzonte, senso o evasione.

“MINIMA… azioni contemporanee” un’architettura della complessità che trova nella diversità delle opere dei suoi interpreti un sicuro ed efficace strumento di “ricchezza” per arrivare, percorrendo la strada “minima”, a interrogare il nostro gusto e ad alimentare il nostro spirito critico rispetto alle “cose” del mondo.

MINIMA
azioni contemporanee

mostra a cura di
Giovanna Susan, Antonio Vitale, Francesco Piazza

opere di

Michele Alfano // Turi Aquino // Maryam Bakhtiari // Xante Battaglia // Saverio Bertrand // Bona // Beppe Burgio // Momò Calascibetta // Calusca // Gino Casavecchia // Atanasio Giuseppe Elia // Raimondo Ferlito // Francesco Fiorista // Francesco Giglia // Torquato La Mattina // Sonia Lo Bue // Saverio Magistri // Melchiorre Napolitano // Salvatore Salamone // Franco Spena // Giusto Sucato // Armando Romeo Tomagra // Valentino Vago

Inaugurazione – venerdì 15 luglio, ore 18.30
SAC – S. Agostino Contemporanea
Via Nizza 14, Ortigia – Siracusa

https://www.facebook.com/events/1048790208507595/

Mostra visitabile fino a sabato 17 settembre 2016

giorni ed orari
venerdì e sabato
dalle 14.30 alle 18.30

INGRESSO LIBERO / FREE ENTRY

PER INFO
Galleria Regionale di Palazzo Bellomo

Via Capodieci, 14-16
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Momeide

Venerdì 22 Aprile 2016

MOMEIDE


Si inaugura sabato 7 maggio 2016, alle ore 18.00, presso la Civica Raccolta “Carmelo Cappello” di Palazzo Zacco a Ragusa, la mostra Momeide, catalogo Aurea Phoenix Edizioni, a cura di Andrea Guastella. L’esposizione raccoglie una selezione di opere di Momò Calascibetta, «maestro del disegno assai stimato, tra gli altri, da Consolo, Sciascia e Bufalino» che l’Amministrazione Comunale di Ragusa è lieta di ospitare «nelle splendide Sale di Palazzo Zacco, dove alcuni dei suoi lavori più famosi instaurano un dialogo con le sculture e le grafiche di Carmelo Cappello», offrendo ai ragusani e ai tanti turisti che ogni giorno visitano il museo «una testimonianza autentica di impegno civile e di altissimo mestiere»
***il viaggio per  fondare il popolo errante dei “siciliani per caso” ***
Dal testo in catalogo di Andrea Guastella: «Entrambi sono nati in un’isola del Mare della Storia. Entrambi, il pittore delle giostre e l’essere deforme metà uomo metà toro, si ritrovano a vivere lontano – l’uno dal sole di Creta, l’altro da Palermo felicissima, emigrato nelle brume di Milano. Prigionieri di Dedalo, si aggirano in un salone degli specchi che li danna a riconoscere in sé, nel proprio volto, gli orrori che combattono o da cui provano a fuggire. O da cui, come appestati, sono stati allontanati. 
Così, come le urla del Minotauro facevano crollare le pareti, i trionfi della morte di Momò Calascibetta sono lazzi, improperi, atti di accusa contro una società che ha, tra le sue tante colpe, quella di starsene oziosa, schiava della copula e del circo, del tutto inconsapevole della propria ombra. 
Me lo immagino il Minotauro, tra gli echi del suo grido, percorrere avanti e indietro il labirinto alla vana ricerca di una fuga. Anche Momò sembrerebbe ripetere il medesimo tragitto: ordinando i suoi lavori in sequenza cronologica, ho constatato come i più recenti riprendano il filo di altri di decenni addietro senza preoccupazione alcuna per un’uniformità stilistica avvertita, con ogni evidenza, come limite anziché come vantaggio. 
L’unica apprensione è non frapporre ostacoli a un talento straripante: Momò suscita parossismi, incoraggia connubi innaturali tra linee falcate e colori cangianti, occupa angoli morti, svela desideri ardenti e stabilisce, succube e aguzzino come il padre putativo della bestia, il girone d’Inferno cui condannare i figli sazi, inconcludenti del malcostume e della pubblicità. 
Condanne – intendiamoci – all’apparenza tutt’altro che severe. Loro, i vitelloni intorpiditi dalla crapula e dal vizio, galleggiano grevi, madidi di sudore nell’atmosfera ovattata di un perpetuo show televisivo, tra applausi a comando e risate preregistrate. Si sentono furbi, intoccabili, sicuri. Hanno la tracotanza dell’Ignoto marinaio di Antonello. Eppure, a fissarli troppo, reagiscono scomposti. Fu proprio a causa di uno di questi “nuovi mostri” che Momò dovette affrontare un tentativo di censura. Imputazione: il ritratto beota di un politico, addirittura il primo cittadino del paese dove l’opera era in vista, mescolato tra i volti tronfi di Folla. Il dipinto, assai simile all’Autoritratto con maschere di Ensor, non aveva intenti denigratori: Momò quel tale non lo conosceva affatto. Ma, come capita sovente quando si persegua il vero, la somiglianza era reale. Naturale che il sindaco – che, a quanto mi risulta, fu poi processato e condannato – si ritrovasse: il simile riconosce il simile, come il colpevole si lascia individuare tornando a visitare i luoghi del delitto. 
Persino quando riveste le figure dei panni candidi del mito, l’artista non rinuncia a rivelare un brulicare morboso di passioni inconfessate. Che non riguardano, si badi, la povera Pasifae o la Leda spensierata, ma i corrotti osservatori. O dovremmo forse credere che esistano uomini e donne fuori dal comune, che non hanno mai tremato per la prova costume o non si sono interrogati colmi d’ansia su misure e prestazioni? 
Accade, in altre parole, che a furia di specchiarsi Momò ci costringa a specchiarci a nostra volta. E ci faccia venire una gran voglia di distruggere lo specchio. 
Tale cupio dissolvi, non saprei sino a qual punto volontaria, ha indotto l’artista a tentare un nuovo inizio: “in un mondo di arrivisti”, proclama Bufalino, “buona regola è non partire”, ma Momò pensa che “non basta sapere aspettare perché tutto arrivi”. Siamo agli albori del terzo Millennio; mentre a New York crollano le Torri, Antonio Calascibetta cambia nome: sceglie di chiamarsi come lo zio Momò, una persona eclettica, affascinante, incontrata una sola volta all’età di cinque anni e che è stata la chiave delle future scelte artistiche. Quasi non bastasse sbattezzarsi, inaugura – con i dovuti scongiuri – una mostra-funerale, Momò fu Calascibetta e affianca alla pittura un’inedita produzione di sculture. Come un Lucifero annoiato dal suo impieguccio di custode, si lascia insomma il passato alle spalle per prendere il largo verso lidi sconosciuti. 
È tempo di Momeide ma, diversamente dall’Eneide di Virgilio, l’epopea non procede dal racconto del viaggio, quanto da quello della guerra. Anzi, da quello delle rovine della guerra: l’attenzione dell’artista va alle case dilaniate dalle bombe “intelligenti”, ai bambini assenti, intenti a raccattare il cibo tra montagne di immondizia o a giocare per strade desolate. E se Enea portava con sé le statuette dei Lari e dei Penati, Momò custodisce nel cuore il ricordo di un’infanzia felice e riparata, di una giovinezza la cui la meta era partire; un ricordo cristallizzato nelle sue case caffelatte: sgombre, prive di presenze, tutto l’opposto dei palchi e delle tribune degli esordi, quasi a gridare sui tetti che la casa è l’unico spazio inviolabile, l’unico tempio, l’unica tana in cui posare il capo. “La casa”, afferma, “è una geografia della memoria dove il dolore ti abbandona: sono come una tartaruga, ovunque io vada mi porto la casa sulla schiena”. 
Cosa poi contengano le valigie sparse qua e là per le stanze, verso quali altri porti si diriga la sua nave, quali trame di gioia o sofferenza l’alta Musa dipani tra i sentieri del colore, tutto questo lo ignoriamo. 
Ci basti sapere che Momea, eroe siciliano figlio di Filippo, fuggito per il Mediterraneo dopo aver constatato il dilagare di un’arte sempre più mummificata da imbalsamatori culturali, è approdato qualche anno fa non nel Lazio come Enea ma in Sicilia nei pressi di Mozia, dove ha fondato il popolo errante dei “siciliani per caso”».
Antonio (Momò) Calascibetta nasce a Palermo. Si laurea in architettura con Gregotti e Pollini ma dimostra subito una spiccata vocazione al disegno – prontamente riconosciuta da Leonardo Sciascia – che lo induce a dedicarsi in via esclusiva all’arte. Nel 1982 si trasferisce a Milano, da cui intraprende un’intensa attività espositiva in gallerie private e in spazi istituzionali prestigiosi, in Italia e all’estero. Nel 2004 è ospite del programma televisivo “Passepartout” di Philippe Daverio e nel 2005 un suo grande dipinto, Il gelato di Tariq, viene scelto per l’allestimento del set delle trasmissioni estive della serie. Memorabile la sua esperienza di (non) partecipazione alla Biennale di Venezia del 2005, in occasione della quale, in compagnia di altri artisti e curatori, organizza il progetto collaterale “Esserci al Padiglione Italia”, mostra di protesta contro un “mondo dell’arte” dominato da lobby finanziarie cieche e arroganti, sempre più separate dalla vita reale. Nel 2006 apre uno studio anche a Palermo, nel mercato storico della Vucciria. Vive attualmente tra Milano e Marsala.
Mostra: Momeide 
Autore: Momò Calascibetta
Curatore: Andrea Guastella
Organizzazione: Associazione Culturale Aurea Phoenix 
Catalogo: Aurea Phoenix Edizioni 
Luogo: Civica Raccolta “Carmelo Cappello”, Palazzo Zacco, via San Vito 158, Ragusa
Recapito telefonico: 0932 682486 (Centro Servizi Culturali, Ragusa) 
Inaugurazione: sabato 7 maggio 2016, ore 18.00 
Durata: 7 maggio – 30 giugno 2016 
Orario: martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 8.00 – 14.00, 15.00 – 19.00; sabato ore 9.00 – 13.00, 15.00 – 19.00
Giorno di chiusura: domenica, lunedì e festivi
Ingresso: libero
Info: Andrea Guastella, mail: andreguast@yahoo.com 
Cell: 3383481602
Momò Calascibetta, sito: 

Sentinelle: nuova scuola siciliana

Mercoledì 16 Dicembre 2015
Arte, al Villino Favaloro 

Sentinelle

nuova scuola siciliana
 
  SENTINELLE : nuova scuola siciliana
  19 dicembre 2015 – 15 gennaio 2016
     Villino Favaloro Di Stefano
       Piazza Virgilio – 90141 Palermo
Una nuova scuola siciliana. Ventuno artisti che, come le sentinelle proteggono l’arte pura, fatta di antiche tecniche, ricettari, schizzi e bozzetti. Una moltitudine di opere meritevoli di essere annoverate nella pittura moderna europea e che potrà essere un nuovo riferimento non solo per la Sicilia, ma anche per tutta l’Europa. È Sentinelle: nuova scuola siciliana, la collettiva che sarà inaugurata sabato 19 dicembre, ore 18:00 nella splendida location del Villino Favaloro Di Stefano - Piazza Virgilio, Palermo -.
Madrina d’eccezione, Soimita Lupu, prima ballerina internazionale che, per l’occasione taglierà il nastro della collettiva, promossa da Associazione Culturale BoBeZ e dalla Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo.
“Come le sentinelle che vigilano e custodiscono persone e cose - commenta il critico e ideatore della mostra, Giuseppe Carli - gli artisti proteggono, con il loro operato, il sacro mondo dell’arte con spirito propositivo che cerca di migliorare la sensibilità comune: ritti, silenti e armati di pennelli, vigilano per la libertà d’espressione e per la tutela della pura pittura, perché la libertà d’espressione non ha religione o appartenenza politica, bensì un metodo, uno stile, una forma di testimonianza che include tutti: riguarda la coscienza di ogni uomo e il desiderio di infinito che tutti hanno nel profondo”.
Artisti in mostra
Guglielmo Acciaro, Daniela Balsamo, Dalila Belato, Momò Calascibetta, Andrea Celestino, Alessandro Costagliola, Luca Crivello, Giorgio Di Fede, Beatrice Feo Filangeri, Roberto Fontana, Lorenzo Gatto, Attilio Giordano, Guido Guzzo, Paolo Madonia, Rocco Micale, Francesco Miceli, Nicolò Morales, Salvo Naccari, Miriam Pace, Domenico Pellegrino, Ignazio Schifano

Nicolò Morales

Daniela Balsamo

Momò Calascibetta

Ignazio Schifano

Roberto Fontana

Dalila Belato

Evento promosso da
Associazione Culturale BoBeZ
Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo
Madrina dell’evento SOIMITA LUPU
Prima Ballerina internazionale
-orari d’apertura
-da martedì al sabato 16:00/20:00
-domenica e festivi 10:00/13:00
-chiusura tutti i lunedì e il 25 dicembre 2015
-Ideazione, progettazione e cura della mostra Giuseppe Carli
-Coordinamento Monica Schiera
-Segreteria organizzativa Francesca Del Grosso
-Ufficio stampa Martina Barreca
-Catalogo a cura di Giuseppe Carli
-Testi Maria Elena Volpes, Giuseppe Carli
-Traduzioni Francesca Del Grosso
-Redazione Sarah Di Benedetto
-Editing Carmela Spinelli
-Fotografie opere Giorgio Di Fede
-Impaginazione Luca Lo Coco
Si ringrazia
Soimita Lupu, prima ballerina internazionale, madrina dell’evento.
Guglielmo Acciaro, Laura Boscia, Francesco Drago Ciulla, Domenico Martines, Gabriele Martines, Mary  McCann, Patrizia Monterosso, Maria Elena Volpes.
Per la fotografia di copertina si ringrazia Lorenzo Gatto
Per la fotografia dell’opera “Sicilia” si ringrazia Giacomo D’Aguanno
Per la fotografia dell’opera “Megaptera” si ringrazia fotoumberto.it
special thanks
Glifo Edizioni
Ma.Ma.service
Petit Cafè Nobel
Chef Carmelo Criscione
info
+39 339 36 34 206
+39 327 28 19 564
info.bobez@libero.it

 

 

Cloisonnè

Venerdì 11 Dicembre 2015

Cloisonné

 II° edizione
opening
venerdì 11 dicembre ore 19:00
Artisti in mostra
Momò Calascibetta
Nicolò Morales
Miriam Pace
Ignazio Schifano
Curatela Giuseppe Carli
Direzione Monica Schiera
Segreteria organizzativa Francesca Del Grosso
Dopo il grande successo riscosso lo scorso anno, Bobez riapre le porte alla seconda edizione della collettiva di artisti che prende il nome “Cloisonné” a cura del critico Giuseppe Carli. In mostra opere degli artisti Momò Calascibetta, Nicolò Morales, Miriam Pace e Ignazio Schifano. 

All’interno dello spazio espositivo i predetti artisti sono messi a confronto permettendo al visitatore di vedere il loro operato sotto una luce diversa poiché proprio il paragone permette di approfondire e di riconsiderare l’apprezzamento di gusto che noi tutti abbiamo verso l’artista. Come la tecnica a cloisonné, gli artisti appartengono ad un’ unica composizione pur rimanendo ben distinti e riconoscibili nei loro colori: riescono ad intessere un’ unica trama e a convivere assieme in un’ unica collettiva offrendo al pubblico la possibilità di valutare le opere scoprendo assonanze e diversità, e scegliendo quale sia quella a lui più vicina.

special tanks
Masseria La Chiusa

Caleidoscopio-Artisti contemporanei in Sicilia

Mercoledì 18 Novembre 2015
Caleidoscopio - Artisti contemporanei in Sicilia
dal 20 novembre al 3 dicembre al Castello di Spadafora (Messina)
a cura di Gerardo Rizzo
Antonio D’Amico, consigliere comunale di Spadafora, è il supervisore di “Contemporary Art in Sicily”; Ranieri Wanderlingh, l’ideatore del progetto; Dario Russo, il coordinatore artistico.
Tredici sono gli artisti siciliani che, nelle sale del Castello, rifletteranno la vita e l’anima che pulsa nella loro terra, proprio come gli specchi all’interno di un caleidoscopio, irradiando forme e colori all’osservatore che si immerge in questa esperienza: da qui l’ispirazione del titolo attribuito alla mostra.
Espongono per “Caleidoscopio”: Rosario Bruno, Momò Calascibetta, Piero Corpaci, Michele D’Avenia, Pippo Galipò, Mantilla, Mariella Marini, Franco Mineo, Enzo Rizzo, Salvo Russo, Sara Teresano, Delfo Tinnirello, Gaetano Tranchino.
“La mostra – dichiara Antonio D’Amico - dà la possibilità al visitatore di entrare in un territorio intimo in cui è possibile percepire lo spirito segnato da una terra madre e contribuire a creare un momento di riflessione sullo “stato di salute” dell’Arte Contemporanea Siciliana”.
“L’intento – puntualizza Ranieri Wanderlingh - è di spezzare l’isolamento della Sicilia dal contesto culturale nazionale, dando risalto alle validissime personalità artistiche che vivono nell’Isola, ma poi appartengono al mondo. Lo spirito principale del progetto è valorizzare gli attori della cultura e dell’arte contemporanea siciliana, troppo spesso lasciati soli dalle istituzioni”.
Secondo Dario Russo “Per chi riserva una parte del tempo contemporaneo che sta vivendo allo sguardo e alla meraviglia, c’è parecchio da sorprendersi nelle tele e negli oggetti contenuti in questo Caleidoscopio. Scorrono fluide le sale in continui rimandi di colori e forme, temi ed emozioni, lavori di persone di provenienza siciliana e destinazione universale”.
Gerardo Rizzo, riflettendo sulle svariate sfaccettature analizzate nell’esposizione, pone un’emblematica domanda: “Rimane da stabilire se di una scuola siciliana si può parlare anche a proposito della pittura e dell’arte in genere. E la mostra “Caleidoscopio” sembra suggerire di sì”. Di certo ci si può rifare a Vittorio Sgarbi, che rimanda all’idea di “sicilitudine” mutuata dalla letteratura”.
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Gli eventi organizzati all’interno del Castello di Spadafora attraverso la rassegna Contemporary Art in Sicily vedono la convenzione con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina. La rassegna è nata con lo scopo di promuovere e valorizzare il ruolo culturale e aggregativo di due luoghi simbolici per il territorio di Spadafora e per i comuni limitrofi, come il Castello e il Museo dell’Argilla, attraverso un’esplorazione dei diversi linguaggi e dei diversi codici dell’arte contemporanea siciliana. È inserita in un progetto cofinanziato dall’Unione Europea e dalla Regione Sicilia (a cura dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali), nell’ambito dei fondi per lo sviluppo regionale nella linea d’intervento dedicata all’arte contemporanea. Il progetto comprende anche l’allestimento tecnico espositivo del piano terra del Castello Spadafora e del Museo dell’Argilla, con arredi e centro multimediale; l’arredo tecnico del nascente “Museo Forma” con impianto di video sorveglianza, parcheggio e cura del verde, e la realizzazione di prodotti culturali video e digitali.  

Elogio del Disegno

Sabato 6 Giugno 2015

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Autori: Francesco Balsamo – Salvo Barone – Giovanni Blanco – Sandro Bracchitta – Momò Calascibetta – Giuseppe Colombo – Piero Guccione – Giovanni Iudice – Giovanni La Cognata – Giovanni Lissandrello – Vincenzo Nucci – Giovannni Robustelli – Franco Sarnari 

Curatore: Andrea Guastella 

Organizzazione: Associazione Aurea Phoenix

Luogo: Civica Raccolta “Carmelo Cappello”, Palazzo Zacco, via San Vito 158, Ragusa

Recapito telefonico: 0932 682486 (Centro Servizi Culturali, Ragusa)

Inaugurazione: sabato 6 giugno 2015, ore 18.00

Durata: 6 / 23 giugno 2015

Orario: aperto tutti i giorni escluso sabato e festivi ore 9.00 /13.00; martedì e giovedì ore 9.00/13.00 e 15.00/17.00

 

Si inaugura sabato 6 giugno 2015, alle ore 18.00, presso la Civica Raccolta “Carmelo Cappello” di Palazzo Zacco a Ragusa, la mostra Elogio del disegno, a cura di Andrea Guastella. L’esposizione, organizzata dall’Associazione Aurea Phoenix col Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ragusa, raccoglie una selezione di disegni di autori italiani contemporanei.

Martedì 23 giugno alle 18.00, sempre presso i locali di Palazzo Zacco, alla chiusura della mostra verrà presentato il volume di Andrea Guastella Il ramo verde, Aurea Phoenix Edizioni, una raccolta di scritti sull’arte comprensiva del saggio che dà il titolo alla mostra e che le è esplicitamente dedicato.

Dal testo di Andrea Guastella: «In un capitolo dal titolo emblematico, Elogio del pastello, della sua indimenticata Critica della modernità, Jean Clair registrava la risurrezione del disegno che, a suo dire, ritorna “ad occupare […] quel posto primordiale che fu, in altri tempi, il suo”. Trent’anni e passa dopo risulta difficile credere al primato di un’arte universalmente caduta in oblio, abbandonata dalle scuole e soppiantata, nella sua funzione mimetica, da strumenti ottici che consentono di riprodurre il reale con una facilità di gran lunga maggiore. Poco a poco tali strumenti, a cominciare dai più semplici come la fotocamera del telefonino, sono diventati delle vere e proprie protesi corporee, dei prolungamenti delle facoltà percettive col non trascurabile vantaggio di fissare una visione stabile, non soggetta ai capricci della memoria e modificabile a piacimento.

Oggi, perciò, non sembra strano che una star del calibro di Maurizio Cattelan dichiari candidamente di non saper disegnare: “Le mie cose”, afferma, “non le tocco proprio. È il vuoto che mi concentra e mi dà delle idee”. Si potrebbe – ammettiamolo – ironizzare facilmente su quel vuoto, ma sarebbe come prendersela con uno scienziato perché non sa cucinare: l’arte concettuale risponde infatti a logiche mentali che hanno poco da spartire con la “primordialità” del disegno, col suo essere identico a sé stesso da quando i primitivi tracciarono schizzi sulla pareti di una grotta.

Davvero il disegnare fonde l’uomo e il mondo: come lo sciamano si immedesimava nella preda da cacciare, nessun disegnatore che si rispetti è in grado di affrontare una montagna senza diventare in qualche misura una montagna, o di ritrarre una donna limitandosi a contemplarne la sagoma, la forma. Occorre percorrere i luoghi, frequentare le persone, conoscere la luce e l’atmosfera dei primi e i movimenti delle seconde, dal modo in cui, con un gesto della mano, ravvivano i capelli, al piegarsi di una ruga se un pensiero le attraversa. Disegnare non è infatti copiare passivamente il dato oggettivo: è cogliere un’armonia fra rapporti complessi e trasporli in un ordine proprio, sviluppandoli secondo dinamiche autonome. E non si tratta di impresa da poco. Per quanto si tratti di un atto primigenio, per disegnare – come per scrivere – occorre superare una barriera.

Lo aveva capito Van Gogh, che in una lettera al fratello definisce il disegno «l’arte di aprirsi un passaggio attraverso un muro» eretto tra i sensi e l’intelletto, tra ciò che si vede e ciò che si intende esprimere. Ostacolo da superare ma non perciò meno necessario, essendo proprio la sua presenza ad accendere l’immaginazione trasformando la percezione meccanica in interpretazione. Ogni artista, per dirla tutta, ha il proprio muro, che a volte coincide col suo limite, altre con la sua qualità maggiore. Prendiamo il caso di Vincenzo Nucci, amico carissimo da poco scomparso cui ho il piacere di dedicare questa mostra: forse il disegno era per lui un limite, una sfida, ma senza impegnarsi in questo confronto sviluppando le sue attitudini di colorista non sarebbe probabilmente diventato il grande pittore che tutti ammiriamo. Non a caso il suo Paesaggio della memoria, un disegno che mi donò per una mia pubblicazione, è quasi un unicum nel suo corpus, e non manca di ricorrere al bianco del pastello.

Al contrario, per Franco Sarnari il disegno è la prima rimozione – parafrasando un suo famoso ciclo potremmo quasi definirlo una Cancellazione – della sua lunga storia: disegnatore abilissimo, egli farà sempre più a meno della spontaneità dimostrata agli esordi (lo Scooter in mostra risale agli anni ’50) in nome di un tratto più freddo, pensato. C’è quasi da credere che egli abbia temuto di rimanere impantanato nelle secche della facilità esecutiva – la qualità maggiore come ostacolo da superare – rimanendo soltanto un disegnatore.È questo un timore probabilmente condiviso da Giovanni Blanco, altrettanto dotato ma alla continua ricerca di prestazioni superiori per il suo strumento e, sebbene in misura minore, da Salvo Barone, dove l’intellettualismo di alcune scelte tematiche è un freno a mano inserito che rallenta un fluire di linee altrimenti impetuoso.

Solo Giovanni La Cognata, disegnatore naturale se mai ve ne fu uno, è all’apparenza esente da simili preoccupazioni: all’apparenza, poiché il suo ductus, incisivo come plastica è la sua pittura, si nutre di natura almeno quanto è carico di memoria culturale. La spontaneità, è proprio il caso di ripeterlo, è figlia dello studio.Qualcosa del genere accade anche a Piero Guccione, il cui disegno è costruito, meditato, rarefatto proprio come la sua splendida pittura. E alla pittura, a una tessitura fine, quasi – se fosse possibile – per velature sovrapposte, si richiamano il disegno di Giovanni Iudice, dalla trama così sottile da rendere arduo cogliere il solco della matita sulla carta, nonché quello poetico, evocativo, carico di suggestioni letterarie di Giuseppe Colombo, Francesco Balsamo e Giovanni Robustelli.

Un discorso a parte va fatto per il gesto ipnotico e sognante di Sandro Bracchitta, una sorta di inconscio del suo lavoro di incisore, per quello incerto e sfumato, come se il tempo ne avesse diluito la nettezza, di Giovanni Lissandrello e per quello espressionistico di Momò Calascibetta,

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TG notte - cm. 50 x 100 - disegno a matita 2004

forse il maggiore erede di una tradizione che ha in Grostz e in Dix i suoi padri fondatori e una delle massime testimonianze nel segno sospeso tra l’impegnato e il surreale di Bruno Caruso.In realtà ciascuno di questi autori meriterebbe un discorso approfondito, addirittura monografico, che renda giustizia al suo percorso individuale. A me basta, in questa sede, riconoscere che Jean Clair non si sbagliava».

Info: Andrea Guastella, mail: andreguast@yahoo.com  cell: 327.4059001

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