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Mostra conclusiva rassegna “Sottopasso. Arte in volo”

Domenica 19 Giugno 2011

Mostra conclusiva rassegna “Sottopasso. Arte in volo”
Inaugurazione Venerdì 1° luglio ore 19.00

Mostra conclusiva rassegna “Sottopasso. Arte in volo”
Inaugurazione Venerdì 1° luglio ore 19.00

Sala Fondazione Antonio Rosmini
Via Canuto, 12 – Domodossola VB
Da sabato 2 luglio a domenica 17 luglio
Orari:
da martedì a venerdì ore 15.00 - 19.00
sabato e domenica ore 10.00 - 12.00 / 15.00 - 19.00
lunedì chiuso

dedicato a Geo Chavez

Sottopasso
Arte in volo

Il viaggio del progetto “Sottopasso. Arte in volo”, ideato da Massimo Fiumanò e la collaborazione di Olga Gambari, è arrivato a destinazione.
Una mostra conclusiva raccoglie tutti i lavori dei 24 artisti che dal maggio 2009 al settembre 2010 sono sfilati nella carrozza degli inizi del ‘900 pargheggiata sul binario 1 all’interno della Stazione Ferroviaria Vigezzina di Domodossola.Il lungo percorso espositivo è stato un modo di festeggiare l’impresa eroica del volo di Geo Chavez, un omaggio che l’associazione Ingremiomatris ha scelto per raccontare come ogni esperienza artistica sia un volo libero.
In fondo Geo Chavez, che il 23 settembre del 1910 trasvolò per primo le Alpi partendo da Briga in Svizzera e atterrando in un prato vicino a Domodossola, ferito a morte, era semplicemente un artista, per cui il volo rappresentava l’estrema essenza del fare artistico, dall’ideazione alla
processualità realizzativa. Era un appassionato e testardo visionario che credeva nei sogni, e il volo era diventato la sua vita, un’esperienza artistica necessaria, totalitaria, estrema. Questo prova chi è veramente artista, di penna, suono, pennello, pelle.
Ogni artista vuole volare, cerca il volo e quando vola, nell’opera, non vede oltre e non cerca altro.
La figura di Geo Chavez, quindi, è un’eco, una texture che tiene insieme e su cui si sviluppa, come un orizzonte, la struttura del progetto. Chavez sarà una sorta di compagno di volo.

La carrozza, ferma sul suo binario è stata per un anno e mezzo una galleria a statuto speciale, un esemplare unico visto da milioni di persone, quante sono quelle che passano per questa stazione ferroviaria che unisce Italia e Svizzera. Una scatola magica con una vetrina composta da sei
grandi finestrini illuminati e orientati verso il marciapiede. Tutte le opere dialogano ora insieme nella mostra finale: video, pittura, fotografia, scultura, musica.

Espongono:
Leandro Agostini, Marco Bianchetti, Elena Biringhelli, Maria Bruni, Momò Calascibetta, Margherita Cassani, Bonifacio Castello, Luca Chessa, Giuliano Crivelli, Riccardo Faggiana, Elisa Gallenca, Alessandro Gioiello, Bresciani Giacomo (Mirror), Giulia Krahn, Moreno Nicoloso, Maurizio Paderno, Carlo Pessina, Francesca Renolfi, Ripepi Gianluca, Massimo Stringara, Claudio Taddei, Enrico Tealdi, Danilo Ursini, Claudio Zoccola.

Catalogo - edizioni Umberto Allemandi

Intanto anche il progetto de “Il paese dei nidi” (ideato da Patrizia Rossello, progetto sonoro a cura di
Andrea Pozzoli. www.ilpaesedeinidi.it) fa tappa a Domodossola, un arrivo fatto di voci, cinguettii e
parole nell’aria, che si concretizza in un’installazione sonora, creando una sorta di gemellaggio
con altre ipotesi di volo.
Un volo allargato e comune, che trova altri compagni e nuove libertà.

I suq: i colori, i sapori e gli odori della storia.

Giovedì 22 Ottobre 2009

Il Gusto del Trekking

dolcetti e scherzetti camminando in città

" Il gusto del Trekking: dolcetti e scherzetti camminando in città" è il titolo che quest’anno contraddistingue la sesta giornata nazionale del Trekking Urbano" , un’iniziativa promossa dal Comune di Siena per valorizzare i monumenti meno conosciuti di tutta Italia. L’ assessorato  comunale al turismo di Palermo aderisce il 31 ottobre 2009, per il secondo anno consecutivo a questo evento e con un proprio percorso dal titolo : " I suq: i colori, i sapori della storia" che è anche anche un Viaggio nel gusto alla scoperta dell’evoluzione gastronomica palermitana.

Il percorso prevede soprattutto la valorizzazione della Vucciria raccontata attraverso il linguaggio dell’arte. Il momento culturale, sarà costituito infatti dalla proiezione di  sei video relativi a Palermo e ai vicoli della Vucciria proiettati dalla terrazza dell’ artista Momò Calascibetta a Piazza Caracciolo verso il Palazzo della Ragioneria.
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UN TAXI ALLA VUCCIRIA
Da un’ opera di Momò Calascibetta-Realizzazione fotografica e montaggio di Luca Cassarà
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Palermo punta sul suo mercato più prestigioso, la Vucciria, mettendone in evidenza i tratti migliori della propria quotidianità: dalla vendita dei prodotti tipici alla gestualità del "putearo" con le sue strategie di vendita. Trovano spazio in questo quadro reale gli abitanti, i cui tratti somatici richiamano culture diverse  tenute insieme dal valore più alto che la cultura siciliana esprime nei confronti dello straniero: lo spirito di accoglienza.  Le partenze inizieranno alle ore 18 da Piazza Kalsa per concludersi alle 24 nel cuore della Vucciria. Ogni 15 minuti guide turistiche condurranno gruppi di 35 turisti, che a piedi visiteranno alcuni monumenti e piazze con lo scopo di spiegare l’evoluzione della tradizione gastonomica palermitana.
Da San Mattia ai Crociferi si procederà per via Alloro con la Chiesa di S. Maria della Gancia quindi per via del IV Aprile tappa al Museo Enodel Vino per conoscere le più prestigiose etichette della nostra produzione vitivinicola.. Si giungerà quindi a Piazza Marina  dove ha sede il Palazzo Steri, luogo storico dell’ Inquisizione dove sarà possibile vedere il quadro di Guttuso "La Vucciria"; successivamente per via Merlo per visitare le famose cucine dei  cuochi Monsù a Palazzo Mirto. Da Piazza S. Francesco dove c’è l’Antica Focacceria, sino al mercato dei Lattarini ed a Piazza Garraffello con il genio di Palermo per concludere  a Piazza Caracciolo nel cuore della Vucciria, ormai mercato "dimenticato", da sempre tripudio di odori, sapori e colori , dove sarà possibile gustare il popolare "cibo di strada " e rivivere la sua popolarità e le sue tradizioni.  Per l’occasione saranno allestite  le bancarelle   di Claudio " U Purparu " , quella del pane ca meusa di Rocky Basile per finire con quella degli antipasti tipici e le panelle di Zia Pina. Un carretto siciliano conterrà dolci tipici del periodo della festa dei defunti: martorana ed altre leccornie.

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- UN TAXI ALLA VUCCIRIA IN- FAME a cura di Momò Calascibetta

Momò Calascibetta  per la prima volta nel suo processo creativo, ferma l’ attenzione ai bambini assenti, sperduti e soli, i bambini di strada,  esempio di infanzia negata; Le opere scelte sono quelle dei bambini rappresentati insieme alle inquietanti macchine americane degli anni 50, quelle che circolano  tutt’oggi a Cuba; nel  video le sue immagini si mescolano con le realizzazioni fotografiche di Luca Cassarà   che le colloca in  un contesto reale , quello del quartiere della Vucciria di Palermo.
Nel secondo video Momò utilizza le immagini pittoriche dei suoi“ bambini sulle strade del mondo” che,  perduto il modello di riferimento familiare , riflettono senza mediazione le perversioni dell’attuale sistema della società moderna e il semplice, definitivo ed incosciente atto d’accusa contro  “l’homo economicus”, rivelatosi produttore di follia, esclusione, miseria, fame e ingiustizia.
Il cibo è l’elemento conduttore del video sia nel bene che nel male; l’eccesso del cibo è abbinato al concetto di fame, accanto alla voracità delle immagini grottesche quella di  un bambino  alle prese con l’alimento primordiale che è il "pane". 

-NON E’ ARTE a cura di Luca Cassarà

Non è arte è una serie fotografica che nasce dalla frase scritta da un anonimo sulla porta murata di uno dei tanti palazzi nobiliari ormai in totale stato di abbandono. "Amatevi", Memoria", "Altrove," sono alcuni dei nomi delle fotografie che scandite da una musica lenta, scorrono agli occhi dello spettatore accompagnandolo in un intenso viaggio. Un viaggio meditativo tra immagini parole, concetti, che racconta-no i luoghi di una Palermo degradata che affronta con maestosità e dignità il trascorrere del tempo.

 

-LA VUCCIRIA DI GUTTUSO a cura di Giuliano Bastiani

Un percorso dentro l’opera "la Vucciria" di Guttuso per  risaltare i  colori e le atmosfere del mercato storico più famoso della città sopraffatto ormai  da un recupero  edilizio che ne determinerà la sua scomparsa.

-BALARM e TRE MINUTI a cura di Angelo Trapani

Balarm è l’antico nome di Palermo. Questo video non ha la pretesa di raccontare Palermo ai suoi palermitani. E’ solo una sequenza di scatti fotografici che interpretano la voce della città che si ribella ai suoi cittadini, gridando alla voce del riscatto. Tre minuti di un piccolo spaccato di realtà complessa, attraverso una passeggiata per i vicoli del centro sino al mare. Tracce di Palermo e dei suoi abitanti che spesso sfugge alla logica comune ma testimonianza di un passato di fasti.

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Momò Metallurgico

Martedì 7 Luglio 2009

Il ‘gallismo’ sembra essere solo un ricordo, conservato nei libri e nelle pellicole dei film. I giovani di oggi al sesso preferiscono il bicchiere

Dove sono finiti i maschi siciliani ossessionati dalle bellezze femminili, con gli sguardi voltati a inseguire le gambe per strada e a indagare in tutte le scollature? Il ‘gallismo’, segno distintivo del maschio siciliano, sembra aver percorso il viale del tramonto e ormai, nella Sicilia del Duemila, è solo un ricordo, conservato nelle pellicole dei film e nelle pagine dei romanzi, come "Malizia" di Samperi o, appunto, il "Bell’Antonio" di Vitaliano Brancati.E anche se Andrea Camilleri, nel personaggio di Mimì, il vice di Montalbano, con ironia tenta di mantenere viva l’immagine del "maschio cacciatore", sembra proprio che da quando il sesso non è più quell’oggetto sospirato, inseguito, braccato, il suo posto è stato occupato da cocktail, superalcolici e droghe.Le fantasie sessuali, l’ebbrezza del desiderio si sono trasformate nel ‘movimentismo’, smania irrefrenabile che porta branchi di giovani a spostarsi da un locale all’altro, da una città all’altra.E’ il movimento quello che unisce il gruppo. I weekend nelle capitali del divertimento, le inaugurazioni delle discoteche in riviera e i grandi eventi di sport: ogni occasione è buona per spostarsi. E il sesso? Non è più una priorità e i play boy non esistono più. Al loro posto solo giovani…con la valigia in auto.

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Sottopasso-sul binario dell’arte

Venerdì 1 Maggio 2009
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Sottopasso
sul binario dell’arte

 
a cura di Olga Gambari, Roberta Gaito, Massimo Fiumanò
da maggio 2009 a settembre 2010
Inaugurazione 9 maggio 2009 ore 18:00
sede: binario 1, stazione ferroviaria di Domodossola

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Nella Stazione Ferroviaria Vigezzina di Domodossola, che collega due culture, due confini, tra la Svizzera e l’Italia, passano ogni anno due milioni di persone.
 
L’associazione Ingremiomatris ha scelto una postazione nel cuore di questa stazione, per aprire una galleria fuori dal comune. Una storica carrozza degli inizi del ‘900, dagli elegantissimi e spartani interni in ciliegio, recentemente restaurata e tenuta come un’opera d’arte in sé, ferma sul Binario 1, diventa spazio d’arte dove per 17 mesi sfileranno artisti e opere. 
Osserveranno la gente e proveranno a dialogare, a far fermare qualcuno, a raccontare comunque le loro storie. Useranno il linguaggio visivo, quello del colore, delle emozioni, delle forme, del movimento.
Se le gallerie di tutto il mondo lamentano che ormai, dopo la serata dell’inaugurazione, nessuno passa più, quale migliore possibilità di avere un pubblico continuo, ricco, quotidiano, affezionato? La carrozza, ferma sul suo binario, diventerà una galleria a statuto speciale, un esemplare unico. Dai sei grandi finestrini illuminati e orientati verso il marciapiede, le opere saranno visibili dall’esterno, osservabili solo da fuori, da chi passa lì vicino.
Per il resto il corpo del vagone sarà chiuso, un luogo a sé un po’ magico. Una galleria come una vetrina, che si protende per cercare il contatto. Un susseguirsi di mostre che dureranno circa un mese e mezzo, con personali e collettive, spaziando dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alla videoinstallazione, etc.

 

Il 9 maggio 2009 si inaugurerà con una collettiva dedicata al volo in cui saranno esposte sei opere di sei artisti:

 

Damiano Andreotti, Vs gravity, 2009, stampa fotografica, cm 50×50
Momò Calascibetta, L’abbraccio, 1984, disegno a matita, cm 50×70
Claudia Gramegna, Senza titolo, 2009, alpacca e argento, cm 55×60x25
Salvatore Melillo, Il primo volo, 2009, olio su tela, cm 50×70
Ario Pizzarelli, Buoni motivi per non rivalutare l’Aeropittura, 2009, cm 50×70
Giuseppe Ragazzini, Icarooo!, 2009, metamorfosi pittorica, video

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Sei forme espressive diversamente contemporanee per offrire sin dal primo appuntamento ai visitatori-viaggiatori un’idea della creatività multiforme che abiterà la stazione di Domodossola fino a settembre 2010.
Il 27 giugno seguirà la seconda inaugurazione, con la curatela di Olga Gambari, una collettiva che tornerà ad indagare il tema del volo. Esporranno Elisa Gallenca, Elena Biringhelli, Francesca Renolfi, Alessandro Gioiello, Claudio Zoccola, Enrico Tealdi. Sarà un altro omaggio a Geo Chàvez, aviatore di origini peruviane che per primo trasvolò le Alpi nel 1910 perdendo la vita, a soli 27 anni, in un tragico incidente proprio a Domodossola.
Il 27 settembre 2010, la città celebrerà infatti il centenario della morte di questo personaggio che incantò e commosse il mondo sacrificandosi per il suo sogno.

La carrozza sarà insomma un piccolo laboratorio in ebollizione, che andrà a cercarsi il suo pubblico sottoterra, partendo dal sottopasso di una stazione per uscire nel mondo.

a cura di                 Olga Gambari, Roberta Gaito, Massimo Fiumanò
progetto grafico:    Annaluce Canali
Sede:                      Binario 1 Stazione ferroviaria vigezzina, piazza Matteotti,
                               Domodossola                                                   
Date:                       maggio 2009 – settembre 2010
Orari:                      tutti i giorni dalle 5:00 alle 21:00
Info:                        www.ingremiomatris.com  -  info@ingremiomatris.com
                               tel.:3357357840

Il 29 marzo riapre il Museo Guttuso

Lunedì 23 Marzo 2009

Riapre al pubblico il Museo “Renato Guttuso Villa Cattolica” che dal mese di giugno 2007 era stato chiuso  per una nuova risistemazione degli spazi espositivi.

Subito dopo la conclusione della mostra-evento "La potenza dell’immagine" che completava la trilogia delle mostre del grande maestro bagherese iniziata nel 1987 con la mostra "Dagli esordi al Gott Mitt Uns" e proseguita nel 2003 con l’esposizione "Dal fronte nuovo all’auto biografia", era già stata avvertita la necessità di una risistemazione complessiva del complesso monumentale di Villa Cattolica , considerato che i recenti lavori avevano reso disponibile anche la seconda sopraelevazione del Palazzo.

Pertanto dopo quasi trent’ anni di vita del Museo si è reso opportuno ridisegnare un nuovo percorso espositivo che valorizzasse non solo le opere di Guttuso, ma anche quella collezione di altri artisti che il museo ha acquisito negli anni, comprendendo artisti bagheresi (Tomaselli, Quattrociocchi, Lo Iacono) la cui produzione fu precedente a quella di Guttuso, e che desse un doveroso riconoscimento e una idonea collocazione a scultori e pittori, quali Pina Cali, Silvestre Cuffaro, Peppino Pellitteri dando una immagine più completa della produzione del  territorio.

Infatti  tra le  opere di recente acquisizione del Museo Guttuso per la sua collezione permanente si è aggiunta  quella  di Momò Calascibetta "Minuetto a Villa Palagonia" di cm.160 x 180 del 2002 ambientata in una delle più famose ville settecentesche di Bagheria.

Il   secondo piano invece si è destinato ad una esposizione permanente di foto progettata e curata da un grande artista della macchina fotografica Giovanni Battista Maria Falcone  che oltre ai già presenti fotografi  bagheresi da Ferdinando Scianna a Giovanni Battista Maria Falcone, da  Pintacuda  a Tornatore ha integrato la collezione con artisti di grande respiro nazionale ed internazionale particolarmente sensibili  alla cultura del Mediterraneo.

Il recupero pressocchè totale dell’immobile permetterà di diventare un contenitore artistico e un centro per attività multimediali  unico, in Sicilia e nel Meridione d’Italia.

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Visione laterale delle scuderie di Villa Cattolica
e lo scempio della fabbrica retrostante

Per questo l’evento di domenica 29 marzo 2009 alle 17.00
si può considerare a tutti gli effetti una re-inaugurazione

opere permanenti di:

Pittura-Disegno- Scultura


Accardi, Alliata, Angeli, Attardi, Baldassella,  Bandinelli, Benedetto, Bonomolo, Buzzati, Cagli, Calascibetta, Calì, Cambellotti, Carroll, Carta, Castro, Castellano, Catalano, Ceccotti, Chitti, Colli, Comes, Cossyro,Taravella, Cuffaro, Cusenza, De Filippi, De Stefano, Dixit, Evergood, Farruggio, Fasulo, Festa, Fieschi, Francese, Garajo, Gelli, Gennaro, Giambecchina, Guardi, Guarienti, Guerrino, Guttuso, Fasulo, Jones, Kubin,  Lebrun,  Lauricella, A. Leto, G. Leto, Levi, Lo Iacono, Margani, Moncada, Munari, Musti, Nasini, Campanella, Omiccioli, Ortega, Pasqualino Noto, Pellitteri, Perez, Peverelli, Pignon, Pizzinato, Portocarrero, Porzano, Prestipino,  Provino, Quattrociocchi, Raphael, Mafai, Ricci, P.Rizzo, L.Rizzo, Romagnoli , Rutelli, Sanfilippo, Savelli, Scaduto, Scarpitta, Schifano, Schimmenti, Scorzelli, Solendo, Spadari, Stefannoni, Tavernari,Titonel, Tomaselli, Treccani, Trombadori, Turchiaro, Vacchi, Vaglieri, Volo, Zancanaro, Ziveri.

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"minuetto a Villa Palagonia"-2002
L’opera di Momò Calascibetta
recentemente acquisita dal Museo Guttuso

Fotografia

Belvedere, G.Di Salvo, P.Di Salvo, Falcone, Giaramidaro, Languillo, Lentini, Leone, Longo, Minnella, Pepi, Pintacuda, Pitrone, Prestifilippo, Roth, Savagnone, Scalia, Schifano, Scianna, Settanni, Tornatore.

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Negli spazi esterni verrà presentato il libro curato da Biagio Napoli e Mimmo Aiello "I ragazzi di Via Sant’Angelo" sulla storia del Circolo di Cultura “l’Incontro”.
Per questo ci sarà anche Peppuccio Tornatore che dell’ Incontro fu fondatore e anima.

Tra i politici oltre al Sindaco Biagio Sciortino e all’assessore alla Cultura Sergio Martorana, ci saranno l’assessore regionale ai Beni Culturali, on. Antonello Antinoro, e l’on. Gabriella Giammanco, deputato nazionale, componente della Commissione Cultura.

Tra gli esperti oltre alla Direttice del Museo Dora Favatella Lo Cascio, alla quale andrebbe un grande grazie per la competenza e la passione che mette nel suo lavoro, e a Fabio Carapezza Guttuso, anche Adele Mormino, già Sovrintendente e oggi Direttore Generale dell’Assessorato ai Beni culturali.

Orari di apertura
Tutti i giorni, feriali e festivi, lunedì escluso.

Orario invernale
Dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.30 alle 19.00
Orario estivo
Dalle ore 9.30 alle ore 14.00 e dalle ore 15.00 alle ore 19.30

I contatti
Museo Guttuso Villa Cattolica
via Rammacca, 9 (SS 113) 90011 Bagheria PA
Tel. 091.943902 – fax: 091.933315
e-mail: villacattolica@tiscali.it
sito internet: www.museoguttuso.com
Sito internet: www.falconeriuniti.it

 

LA TRAMA DELL’IMMAGINE

Mercoledì 10 Dicembre 2008

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“LA TRAMA DELL’IMMAGINE”
viaggio nel mondo della grafica originale

Sabato 13 dicembre alle ore 18.00 si inaugura presso
la Galleria La Piana Arte Contemporanea

(via I. La Lumia n°79 Palermo)

“La trama dell’immagine”

fino al 10 Gennaio 2009
(ingresso libero, dal lun. al sab. tranne mercoledì mattina, h:10.30-13.00/16.30-20.00)

- Info:091/6127213 333/7332351 -
massimolapiana@yahoo.it

la mostra

La galleria La Piana prosegue dunque la sua ricerca sul versante della grafica originale, distante dalle moderne tecniche fotomeccaniche che l’hanno in parte svilita, ma che piuttosto è in grado di evidenziare le trame dell’ordito e di regalarci in presa diretta segni che non consentono ripensamenti. L’esposizione propone di raccontare attraverso le opere (litografie, acqueforti, serigrafie) di oltre sessanta maestri della figurazione italiana del secondo novecento, l’evoluzione della cifra grafica e stilistica. Fogli di carta impressi di inchiostro, testimoni di estro, maestria ed efficacia  di ogni artista e che riassumono l’anima di chi ha inciso, disegnato e stampato. Un viaggio nella e della grafica che ha accompagnato  la storia italiana degli ultimi cinquant’anni,  della quale è riflesso, cronaca, essenza e divenire.

 La Galleria La Piana presenta il segno delle conquiste sociali, tecnologiche, di costume di:

Valerio Adami, Pietro Annigoni, Ugo Attardi, E.Bay, R.Biasion, Floriano Bodini, A.Bonalumi, Remo Brindisi, Antonio Bueno, Momò Calascibetta, Domenico Cantatore, A.Carmassi, Robert Carrol, Bruno Caruso, Michele Cascella, Tommaso Cascella, F.Casorati, Bruno Cassinari, G.Cazzaniga, Fabrizio Clerici, Primo Conti, G.B. De Andreis, Lucio Del Pezzo, P.D’Orazio,  Gianni Dova, Pericle Fazzini, G.Ferroni, Tano Festa, Salvatore Fiume, Federica Galli, F.Gentilini, Emilio Greco,  P.Guccione, G.Guerreschi, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Edo Janich, Mino Maccari, R.Mastroianni, F.Messina, G.Migneco, L.Minguzzi, E.Morlotti, Bruno Munari, Ugo Nespolo, P.Paulucci, A.Perilli, Arnaldo Pomodoro, A.Possenti, Concetto Pozzati, Domenico Purificato, F.Rognoni, G.Santomaso, Aligi Sassu, Emilio Scanavino, Mario Schifano, F.Tabusso, Emilio Tadini, Orfeo Tamburi, Mario Tozzi, Ernesto Treccani, Valerio Trubbiani, Luigi Veronesi, Renzo Vespignani, Tono Zancanaro, C. Zavattini, A.Zigaina.

Uff. Stampa Sveva Alagna - Info. 338. 77 23 404
Vernissage Sabato 13 dicembre h18.00


via I. La Lumia 79 90139 Palermo
info 0916127213/3337332351
 massimolapiana@yahoo.it

PERCORSI DI PACE

Domenica 2 Novembre 2008

Percorsi di pace
6 novembre 2008, ore 12


Ca’  Farsetti (sede del Comune di Venezia), Rialto, Venezia.
Un incontro con il regista, gli artisti e i protagonisti del progetto illustrera’ gli sviluppi futuri di Percorsi di pace.
All’incontro prendono parte tutti gli artisti, il regista Ferdinando Vicentini Orgnani, Massimo Cacciari Sindaco di Venezia, Alberta Basaglia responsabile del Servizio Partecipazione Giovanile e Culture di Pace del Comune di Venezia, alcuni dei ragazzi che hanno portato avanti l’esperienza di "Tu, noi, dialogo tra  culture", e Maurizio Scaparro, direttore della Biennale Teatro.


Il Progetto

Sant’Erasmo e’ un’isola della Laguna di Venezia, dove nel 2004 e’ avvenuto l’incontro tra trenta giovani israeliani, palestinesi e italiani all’interno del progetto "Tu, noi, dialogo tra culture" del Comune di Venezia: tre incontri tra Venezia, Palestina e Israele e un percorso di tre anni di conoscenza reciproca per trenta adolescenti, all’epoca liceali, ora universitari o militari. Alcuni, forse, ora sono a presidiare la stessa frontiera, uno di fronte all’altro.
Chiamato a testimoniare con la sua macchina da presa quell’esperienza cosi’ unica, Ferdinando Vicentini Orgnani, il regista di Ilaria Alpi. Il piu’ crudele dei giorni, ha continuato a filmare, spinto dalla volonta’ di capire, attraverso i protagonisti diretti di entrambe le parti, uno dei conflitti piu’ controversi del nostro tempo.

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Momò Calascibetta "Decollo ma non mollo" Tempera all’uovo-cm.40×50-2002

Durante la creazione del lungometraggio Orgnani ha coinvolto un centinaio di artisti ( Adalberto Abbate, Valerio Adami,  Alessandro Bazan,  Momò Calascibetta,  Marco Cingolani, Roberto Coda Zabetta,  Francesco De Grandi,  Andrea Di Marco,  Fulvio Di Piazza,  Beatrice Feo, Giovanni Frangi,  Piero Guccione,  Marco lodola, Aldo Mondino, Giancarlo Ossola, Alex pinna, Arnaldo Pomodoro, Luigi Serafini, Velasco…….) e ha creato una raccolta di opere d’arte contemporanea, grazie alla quale saranno finanziati il progetto e la distribuzione del documentario in 12.000 scuole superiori italiane e alcune centinaia di scuole in Israele e Palestina.

Per la rappresentazione al Teatro Malibran il regista ha coinvolto lo scrittore Marcello Fois, una delle figure piu’ rappresentative della nostra letteratura. Con la sua abituale lucidita’ Fois ha costruito un testo originale, "Breve repertorio di parole chiave", una dinamica sintesi poetica per voce recitante.

Per la colonna sonora Orgnani ha voluto Paolo Fresu, che ha chiamato i musicisti piu’ adatti ad interpretare questo incontro tra le diverse nature e le diverse sponde del Mediterraneo: i suoni arcaici e magici del sacro oud di Dhafer Youssef, il liuto arabo, dialogano con la fisarmonica di Antonello Salis, la chitarra di Bebo Ferra e il contrabbasso di Paolino Dalla Porta.
Le sonorita’ mediterranee saranno attraversate dalla voce narrante di Lella Costa, su testi originali di Marcello Fois.

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Venezia, 6 novembre 2008, 20.30
Teatro Malibran
La sindrome di Sant’Erasmo. Film di Ferdinando Vicentini Orgnani
a seguire
Paolo Fresu. Concerto per strumenti e voce recitante
tromba, flicorno ed effetti Paolo Fresu
pianoforte e fisarmonica Antonello Salis
chitarra elettrica ed acustica Bebo Ferra
contrabbasso Paolino Dalla Porta
oud e voce Dhafer Youssef

voce recitante Lella Costa
testi originali di Marcello Fois

regia Ferdinando Vicentini Orgnani


Come arrivare al Malibran
Teatro Malibran. Cannaregio, 5873, 30131 Venezia
http://www.teatrolafenice.it/static/come_arrivare_malibran.php

Biglietti e prevendite
http://www.labiennale.org/it/teatro/biglietteria/

Info
http://www.labiennale.org/it/teatro/programma/2008/it/79421.html
http://www.percorsidipace.com

Info stampa
Laura Scarpa
Mobile:       + 39 392 920 8537
E-mail: laura.scarpa@fnv.co.it

Elenco completo degli artisti :
Adalberto Abbate -Valerio Adami-Marco Anastasi -Andy (Bluvertigo) -Guido Baragli -Vittorio Basaglia-Massimo Barzagli-Alessandro Bazan-Sabrina Bernard-Daniele Bianch-iIrma Blank-Brigitte Brand -Andrej Brumen-Cop-Aurelio Buono-Ennio Calabria-Momò Calascibetta-Chicco Calleri-Giuseppe Carta-Tommaso Cascella-Michele Ciacciofera-Marco Cingolani-Carlo Ciussi-Roberto Coda Zabetta-Paolo Consorti-Philip Corner-Giovanni Gabriele D’Acquisto-Francesco De Grandi-Alberto Di Fabio-Andrea Di Marco-Fulvio Di Piazza-Peter Dittmar-Agneta Falk-Beatrice Feo-Lawrence Ferlinghetti-Simonetta Ferrante-Ennio Finzi-Edmundo Font-Roberto Fontana-Rosa Foschi-Giovanni Frangi-Alberto Gianquinto-Valeria Giordano-Manuela Giusto-Piero Guccione-Khalaf Hamad-Judi Harvest-Goef Hendriks Jack Hirchman-Peter Hoffer-Abraham Ibanez-Antonino Iuorio-Malika Joulalen-Camila Joselevich-Alejandro Kokocinsky-Metka Krasovec-Laboratorio Saccardi-Felice Levini-Riccardo Licata-Marco Lodola-Mario Muller-Meloninsky da Villa Cidro-Antonio Miccichè-Lorenzo Missoni-Aldo Mondino-Tiziana Monti-John Newman-Serena Nono-Giancarlo Ossola-Sonya Orfalian-Luca Maria Patella-Ben Patterson-Sergio Pausing-Marco Petrus-Alex Pinna-Alfredo Pirri-Giacomo Piussi-Marta Polli-Arnaldo Pomodoro-Giacomo Porzano-Nicola Pucci-Oliviero Rainaldi-José Luis Ramirez-Francesco Rinzivillo-Federico Rizzi-Piero Roccasalvo-Sandro Sardella-Luigi Serafini-Filippo Sciascia-Tino Signorini-Nando Snozzi-Luiso Sturla-Michelle Swayne-Croce Tavarella-Ernesto Treccani-Nino Tricarico-Velasco-Alessandro Verdi-Claudio Verna-Made Wianta-Carmelo Zotti

MoMò beat generation

Domenica 26 Ottobre 2008

Via col vento

Martedì 22 Luglio 2008

La realizzazione definitiva dell’installazione realizzata a Francavilla al mare sul belvedere del Museo Michetti

VIA COL VENTO
L’installazione
di
Momò Calascibetta
vuole evidenziare il mondo dell’aria, elemento invisibile la cui forza è utilizzabile per far muovere macchine che producono energia elettrica. A questo mondo appartengono gli uccelli e innumerevoli insetti, gli aerei, gli asciugacapelli, i deltaplani e i paracadute, le bolle di sapone, i profumi dei fiori e i deodoranti, i gas inquinanti e quelli che ci servono, il fumo degli incendi e delle sigarette, il vapore dei soffioni e quelli del caffè bollenti, i coriandoli e le cerbottane. L’ aria è cio’ che tutto avvolge e permea, è lo spazio intangibile che tutto unisce è la sostanza invisibile che pervade l’intero universo e che noi assorbiamo dall’ambiente circostante attraverso il respiro necessario alla vita degli Esseri.

Il progetto di Momò consiste in un grande volume piramidale, sospeso a 5 metri e mezzo da terra e realizzato con cannucce da bibita , versatile famiglia di materiali “plasticosi”. Trasparente e leggerissimo, un autentico miracolo visivo, per raccontare e mettere in luce il mondo dell’aria e la sua presenza che al minimo soffio, al primo alito di vento fa ruotare la struttura. L’aria è respiro, indispensabile alla vita. L’aria, nell’atto di inspirazione, partecipa all’energia vitale degli esseri e alla sua comunicazione perché il respiro è anche ritmo, veicolo di suoni e parole.

Circa 15.000 cannucce alimentari per la sua realizzazione

Il Mio Nome è Nessuno

Martedì 24 Giugno 2008


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IL MiO NOME  E’ NESSUNO

 Ingremiomatris -L’ecole des Italiens -Museo Immaginario
Regione Piemonte -Provincia del Verbano Cusio Ossola -Citta’ di Domodossola

IL Mio Nome E’ Nessuno
incantamento,stupore e bellezza nell’arte dei semplici

Domodossola  Palazzo Silva  via G.Paletta
6 Luglio 21 settembre 2008

Esordisce il 5 luglio prossimo, a Domodossola, nella superba sede di Palazzo Silva, una mostra destinata a cambiare i confini dell’arte contemporanea. Si chiama !l mio nome è Nessuno, e possiede un sottotesto disarmante, esplicativo: Incantamento, stupore e bellezza nell’arte dei semplici.
Fino al 21 settembre si potrà assistere a una rassegna di pittori così detti naive, ribattezzati "semplici". La mostra si presenta anche, e con notevole decisione, come gesto perentorio, estetico e politico. Contrastando un’idea performativa e banalmente provocatoria dell’arte italiana degli ultimi decenni. Riscoprendo i valori del sogno rispetto a quelli del mercato, il desiderio in favore del glamour. Così questi artisti, "simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempiterna e primitiva dell’arte: il suo potere suggestivo, conturbante, mitologico. Ci sono gesti nostalgici,intimi, preziosi, per nulla omologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto". la mostra è curata da Marcovinicio, ed è mediata da un catalogo programmatico con testi di Davide Brullo e di Silvia Pacassoni edito da Umberto Allemandi

Dio è morto, e con lui l’arte. Pressappoco è così.

Gli artisti si metrano in base a un criterio di vendita, sulla loro testa viene affibbiata una taglia che ne identifica il valore. Nulla discandaloso, per chi fa denari: l’arte è un prodotto di mercato.L’artista, cioè, da talento individuale è diventato una griffe, lo si compra perché qualcuno ci dice che comprarlo è un buon affare, perché farà fruttare al compratore di lì a qualche anno un lauto gruzzolo.Bizzarrie dell’epoca: l’arte non procura più un nutrimento spirituale,non evoca bellezza, ordine e senso. Simile a un qualsiasi altro prodotto "di consumo" – come un paio di scarpe, una borsetta particolare, un’automobile fiammante – vaga sull’onda anomala delle
"mode", e si muta da popolare in gioiello d’èlite. Non provoca il mito, ma asseconda la storia. Cioè: non è inevitabile, urgente,provocante, bensì accessoria, aleatoria, vacua. L’estetica, come direbbe il poeta premio Nobel Josif Brodskij, non fonda più l’etica dell’uomo e della storia, ma è schiava di pulsioni superficiali,destinate a svanire al primo battito di ciglia, al precoce passaggiostagionale delle rondini.

Dacché fare i guastafeste è un esercizio per molti versi facile e inutile, costruiamo qualcosa. Questa è una mostra scandalosa. L’esatto
opposto dell’alchimia che regge, ad esempio, la Biennale di Venezia.

Il mio nome è Nessuno è una mostra di "pittori della domenica". Di
artisti per lo più ignoti e ingenui, selvatici e nascosti, anonimi e
misteriosi. Per far risorgere l’arte bisogna azzerarla, rivelandone il
cuore, la polpa inalterabile e millenaria.

Dopo tutto, è sempre stato così. Naïve vuol dire incantamento, stupore, bellezza pura, netta, semplice. Già, è attraverso un gesto semplice e perentorio che intendiamo scompaginare la storia dell’arte, far impazzire la Borsadell’Arte. Oggi come ieri sono i segni problematici e primordiali a cambiare il tempo. Lo sapevano bene, per ripassare in memoria due nomi clamorosi, Paul Gauguin e Pablo Picasso, che studiarono alla corte dei naïve e dei reietti per ottenere il miracolo della semplicità, di una infantile, unica immediatezza. Così questi artisti occasionali,ispirati, per giunta illuminati, che vengono a noi nel mistero, simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempre eterna e primitiva dell’arte: il suo potere suggestivo, conturbante,mitologico.


 Ci sono gesti nostalgici, intimi, preziosi, per nullaomologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto.

Il viaggio tra questi "nessuno", tra questi artisti perduti e ritrovati, sommersi e salvati, anticonformisti perché non condizionati da alcuna moda, antimoderni, è anche un periplo alle origini dell’arte. Nel nome, sempre, è il senso. Nessuno si nominò Odisseo scampando alla furia di Polifemo. Nessuno è una zattera, un’occasione per salvarsi dal mondo di chi vuole annullare l’arte, tacitarne il potenziale esplosivo, perennemente scandaloso. Con una truppa di "nessuno" si rifonda l’arte.


Perché gli artisti, quando vigorosi, come
Odisseo, sono curiosi e corsari, avventurieri e pirati. Comunque,
estremi, fino ai margini inesplorati della terra.



Orari: Da martedì a venerdì dalle 15 alle 19,
         sabato e domenica dalle 10 alle 12, dalle 15 alle 19
         Ingresso € 5. Info e prenotazioni:
         www.ingremiomatris.com  info@ingremiomatris.com
         Cell. +393357357840

Inaugurazione sabato 5 luglio ore 18,30   Teatro Galletti  p.zza Mercato  Domodossola

Catalogo:                 Umberto Allemandi & C Ita/Ingl. 168 pag.

Curatore:                  Marcovinicio

Testi di:                    Dott. Davide Brullo, Silvia Pacassoni

Fotografie di:             Antonio Maniscalco, Marco Bianchetti

Coordinamento di:      Massimo Fiumano’
 

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L’opera di Momò Calascibetta presente alla mostra" Il Mio Nome E’ Nessuno"
"Minuetto di una domatrice di coccodrilli nel salone degli specchi di Villa Palagonia"
disegno a matita cm.165 x 200 - 2002


Apologia di Mowgli, l’artista selvaggio
testo integrale presente nel catalogo della mostra
di
  Davide Brullo

Nessuno. Il mio nome è Nessuno. Così risponde Ulisse, l’ardito e l’astuto, alla domanda del Ciclope. Siamo nel libro nono dell’Odissea. Sappiamo come va a finire. Ulisse l’avventuriero acceca il Ciclope, il quale si lancia delirante per l’isola gridando ai compagni che Nessuno lo vuole uccidere. L’episodio, emblematico, si squarcia in un finale obliquo. Ulisse si salva, e con sé salva alcuni dei propri compagni, ma pecca di vanità. Quando svela il suo nome, in mare, già imbarcato e sulla via di casa, si slega l’incanto, principiano ulteriori, drammatiche peripezie. Dopo tutto, i confratelli – essenze mute, spettrali e senza volto – lo avevano avvisato: “Pazzo, perché vuoi provocare un selvaggio?”. Nel mondo del mostro, perciò del meraviglioso, si accede non soltanto mascherandosi, ma annullandosi. Si partecipa allo stupefacente svuotati di sé, in stato sonnambulo. L’Odissea, trapaniamolo in testa, è il libro del sogno e della meraviglia, degli incontri favolosi e delle imprese oniriche, impreviste. È la soffitta dove il bambino si ritira per inventare mondi consecutivi, suggellati e plausibili. A dispetto dell’Iliade, statuaria e immobile, per nulla romanzesca, il libro dell’ira luminosa e della guerra onniavvolgente. Eppure, è papale, Ulisse non è certo il prototipo dell’ingenuo. Quando affronta il mostro selvaggio, sottraendogli la vista e forse marchiando sulla sua fronte quel “terzo occhio”, usa uno stratagemma sottile – nel rovinare e perforare la bestia c’è una stordente assonanza con l’episodio di San Giorgio e il drago? Ulisse, in questo senso, è l’uomo che dirada le proprie ossessioni, le sconfigge, perché desidera la casa, la patria, la famiglia. In qualche modo, il prezzo che gli è richiesto per ottenere queste banali sicurezze terrestri è il sacrificio dei propri sogni. Ma Ulisse, bambino avido e totale, è l’uomo che rischia per il solo gusto di conoscere. Prima di abdicare ai propri sogni, prima di scavalcare le proprie fobie, vuole conquistarle, dominarle, divorarle. Chi gli ha ordinato di approdare nell’isola dei Ciclopi, chi gli ha chiesto di sfidare il mostro? Ulisse, il catalogatore dei sogni. L’impossibile, il rischioso e il tremendo, il mondo del sogno e dell’incubo, incarnato dal Ciclope, li può affrontare soltanto un signor “nessuno”. Solo Nessuno penetra l’origine simbolica, mostruosa, affascinante dell’uomo, e perciò dell’arte. Perché la conoscenza è un atto gratuito e irragionevole, e l’arte è un gesto di per sé infantile, fallimentare. Segno qualcosa su una tela, capitalizzando il mio destino, gettandolo oltre i secoli. Come il barbaglio di un astro, che ci giunge fiocinando la notte, ma che forse, in questo istante, non esiste più. Avvertiamo il fiato giallo e lucente di una cosa morta. L’arte di Nessuno non parla al mondo degli umani, dei viventi, ma a quello dei sogni. 

Il primitivo è la somma di due tensioni: l’ingenuità e la ferocia. Scartiamo subito il giardino edenico, profumato, superbo. L’uomo non è mai ingenuo, il male lo mina fin dalle origini. È ingenuo perché privo di storia, è semplice, manca di tridimensionalità, è un uomo bidimensionale. È feroce, in fondo, proprio perché ingenuo. In qualche modo, condizionato da strutture piuttosto nette, indiscutibili, quest’uomo vive la ferocia come uno dei criteri comuni di un’esistenza. Eppure, già laggiù, nell’alba del mondo, la vita è scissa, definitivamente. Al desiderio non corrisponde l’atto, perché bisogna rendere conto al clan, al sacerdote, al dio. Così, il cielo si colma di terrificanti moti astrali, la speranza in un tempo migliore, nuovo, spacca il cuore dell’uomo dei primordi. Non si vive ma si spera, non si agisce ma si compie un rito. In realtà, feroce e ingenuo, come può esserlo soltanto un dio geloso e vendicativo, perentorio e maresciallo, è il bambino. Il bambino, coerentemente, è semplice perfino nel male, è ingenuo. Odia il proprio compagno e ne desidera la morte. Nel 1954 William Golding pubblica il suo libro più alto e tremendo, Il signore delle mosche. In epoca di post-primitivismo, di implosa età dell’oro e delle favole dell’infanzia, uno scrittore dal possente impeto morale ci dice questa cosa: se un gruppo di bimbi capita su un isola deserta non fonda un asilo, ma un inferno. I bambini di Golding si riducono a semiselvaggi capaci delle violenze più estreme, ingenue e feroci (non è casuale che nel 1964 Golding pubblichi un romanzo, Uomini nudi, che unico nel suo genere, narra l’epopea di un clan dei primordi). Questo per dire che al primitivo, all’ingenuo, non corrisponde una innocenza dello spirito. Nel pennello e nella penna dell’artista ingenuo non vigila l’Adamo ricostruito, bensì l’Adamo caduto, con ancora i segni radicali della caduta, e la spina dorsale che scodinzola come una corda spessa, cruda. Semmai, l’innocenza – ristabilita, riequilibrata, frutto di studio e pratica matti e disperanti – è nello sguardo. Sgombro dalle celie e dalle menzogne moderne, dalla quadridimensione dei palazzi di cristallo, delle esposizioni da mercanti d’arte e di carne. Allora, sì, il pittore, quello attrezzato a puntino, decide con coscienza di appiattire le forme, tornare al segno primo e inciso, definitivo. Come a dire, non è più il tempo di giocare con l’arte, d’intrattenere il palato dei committenti, ma di centrare il marchio, singolo, indelebile, che cambierà il mondo, che resisterà per millenni. Proprio come il graffio sempiterno dell’ominide che ha raffigurato la mascella del sauro, il profilo dell’arco, il torso smembrato, cannibalizzato, del bue.

Eppure, il bambino-bestia esiste. Quello che ci è necessario per comprendere il tratto di questi ‘innocenti’ della domenica. I libri della giungla vengono pubblicati tra il 1894 e il 1895, negli anni in cui Rousseau il Doganiere è in piena folgore e si scoprono, inopinatamente, le grotte superbe dei nostri ancestrali antenati – nel 1869 un cacciatore svela l’ingresso di Altamira, proprio nel 1895 Rivière scoprì alcuni graffiti di rilievo nella grotta di La Mouthe, in Dordogna. Mowgli, il bambino cresciuto tra i lupi, denudato dal frac disneyano, è ingenuo e feroce. Ancor più, è vendicativo. Per altro, vive in una modernissima condizione di esilio. È poco più – o poco meno – di una fiera, e poco meno – o poco più – di un uomo. Né di qui né di là, come il pittore neoprimitivo, come l’ingenuo della domenica, che non appartiene ai club degli artisti da caccia alla volpe, né a quello dei cittadini comuni. Nessun animale riesce a sostenere lo sguardo inquisitorio, profondissimo, umano di Mowgli, eppure per il mondo degli uomini costui non è che uno stregone. Nel racconto, terrificante e cupo, da danza ebbra, La giungla alla riscossa, Mowgli guida l’elefante Hathi e tutte le bestie della foresta contro il villaggio degli uomini. I demoni eretti hanno fustigato Messua, la donna che ha ricoverato Mowgli, per questo debbono pagare. Mowgli, impietosamente, guida la riscossa della foresta finché “là dove meno di sei mesi prima si era arato, la Giungla ruggiva a tutta lena”. La piaga è biblica, e sul devastato non si ricostruirà più nulla. In quel racconto la pantera Bagheera celebra Mowgli, il dio bambino ingenuo e tremendo, il figlio del vento, astuto come un uomo ma feroce come una belva, verso cui nutrire un cauto, corretto terrore: “E tu saresti la creatura inerme in favore della quale ho interceduto presso il Branco, quando il mondo era giovane? Signore della Giungla, quando le forze mi abbandoneranno, intercedi per me… intercedi per Baloo… per tutti noi intercedi! Di fronte a te noi siamo cuccioli! Ramoscelli infranti sotto il piede! Cerbiatti che hanno perso mamma cerva!”.
Per André Malraux, scrittore piuttosto estremo, amante – e ladro gentiluomo – dell’arte estrema e primordiale, la questione stava in questi termini: “Il bambino artista è come Kim, che sognando conquista le città”. Ancora Kipling. Kim viene pubblicato nel 1901, e racconta, dickensianamente, le avventure di Kimball O’Hara, fanciullo inglese fattosi forte in India. Anche in questo caso, come in quello di Mowgli, un bambino sul confine. Astuto e polimorfico, proprio perché non appartiene ad alcuna gabbia. Sta comodamente tra gli indù e i cristiani, al braccio di un guru o di un maresciallo dell’esercito, le sue origini e il suo destino sono estremamente ambigue. Metto altri ceppi nel fuoco. Un anno dopo la comparsa da folletto e da istrione di Kim, nel 1902, barbaglia dalle fornite librerie d’Albione un volume di racconti. S’intitola Youth: A Narrative, and Two Other Stories, lo stampa l’editore Blackwood, porta marchiato un esergo che è quasi una dichiarazione d’intenti, fulminea e radicale (“Ma il Nano rispose: ‘No, qualcosa di umano è più caro per me che tutta la ricchezza del mondo’”, cavato da un racconto dei fratelli Grimm) ed è dedicato “To my Wife”. Lo scrittore, manco a rimarcarlo, è Joseph Conrad. Tra i tre racconti spicca, sulfureo, infernale, demoniaco, il celebre Heart of Darkness, compilato e compiuto qualche anno prima, nel 1899, cioè prima che Kim nascesse. In questo racconto, onirico e perfetto, non ci sono bambini ma due uomini, Marlow e Kurtz. Il primo, che narra la sua storia spettrale, sperimenta le tenebre dei primordi risalendo il fiume Congo. Ne è travolto, sbigottito, ma non smarrito. Il secondo – reso leggendario da Marlon Brando in Apocalypse Now – è il campione disumano perduto nella foresta vergine, in cui instaura un dominio basato sulla violenza e l’orrore. Per lo meno, ci pare. Già, perché Kurtz è un genio ambiguo. Di lui si sa tutto e nulla. Per alcuni è un ottimo capopopolo, per altri un farabutto. Per altri ancora è un sagace giornalista, oppure un grande musicista. Per la donna lontana era un uomo superbo, un amante perfetto. Non si sa con precisione dove sia nato e dove sia vissuto, Marlow ipotizza che l’intera Europa abbia congiurato per creare un simile satanasso. Dalla vigorosa possanza profetica. Sì, eppure, quando lo incontriamo, e di sfuggita, di sguincio, nel pieno della tragedia, Kurtz non ci lascia nulla se non la sigla del suo testamento, il flebile sussurro “The horror! The horror!”. Cosa fa tanto orrore? La morte, la giungla, la vita? È il delirio di un folle o il proverbio di un saggio?

Ci muoviamo sul crinale, in equilibrio sulle fauci del nulla. Mowgli, Kim, Kurtz. Non è forse simile il pittore privo di tecnica, d’industria, di mercato? Il pittore ingenuo non è tale per deficienza ma per eccesso di sapienza. Sceglie di tirarsi fuori dalla mischia, dal torbido agone. Non parlo espressamente di Picasso, di Matisse e di Derain, di Modigliani, di Paul Klee o di Emil Nolde. Costoro, artisti superbi, superiori, furono catturati dai primordi, dalle giungle assolute e dalle maschere tribali per gettare una falce in fronte all’arte moderna, quella dei club, anestetizzata, svilita. Dopo tutto, grandi artisti che prendono spunto da terre esotiche, dove il segno, primo e segnaletico, unico, risplende ancora incontaminato – almeno ai loro occhi ingenui – come un getto di lama. Parlo dei discepoli del “Doganiere”, o di chi lo ha preceduto. Pittori semplici e reietti, in esilio. Solitari, che non appartengono a nessuno se non a se stessi e al proprio pennello. Curiosi Kim, profetici Kurtz, avventati Mowgli che esplorano, prima di tutto, i primordi della propria anima. Scavandola fino all’osso più puro e duro, inossidabile. Che a volte terrorizza.

Il professionismo nell’arte non esiste, non è nemmeno plausibile. Eppure, nel mondo moderno vale la prospettiva opposta. Se un artista vale tot, vuol dire che vale davvero. I gradi, in sintesi, contano più del talento. Questo produce una riscossa drammatica, perché i gradi, infine, con uno sforzo minimo o maturo si ottengono sempre. Il grado, il valore di mercato annulla l’idea, basica, che l’arte sia un rischio, uno scandalo. Ma se un quadro non rischia ad ogni pennellata il fallimento, non conta nulla. Per quel che mi riguarda, poi, mi scandalizza soltanto ciò che non è scandaloso.

Siamo circondati, bombardati e travolti da ciò che alcuni ci dicono essere arte. Noi, incapaci ormai di distinguere il bello dal brutto, il bene dal male e il giusto dal malvagio, accettiamo ogni cosa. Se lo dice lui, che è esperto, sarà vero. Senza riflettere che è più plausibile l’ipotesi di un dio che ha creato il mondo e l’uomo piuttosto che quella di un critico d’arte che ci spieghi l’arte contemporanea. Assorbiamo senza giudicare, questo è l’inizio della fine. Perché l’arte non parla al cuore, né alle anime belle e poetiche – quelle sono carne da macello per critici-mattatori – ma ci stravolge, ci cambia lo sguardo, ci converte. In un saggio assai celebrato, dal titolo La mano del tintore, il poeta Wystan H. Auden riassumeva la questione del professionismo nell’arte così: “Agli occhi altrui si è poeti se si è scritta una bella poesia. Ai propri, lo si è solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in potenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di far poesia, forse per sempre”. Non c’è null’altro fuori da questo perpetuo, baluginante abisso. Chi crede di fare dell’arte una professione – e le professioni si ottengono sommando gradi su gradi, facendo levitare in qualche modo le quotazioni – ritagliandosi un misero cantuccio nella storia, in un’epoca in cui tutti possono studiare Prassitele o Michelangelo, Tiziano o Picasso, merita di essere lapidato.

L’arte non è innocente, e la ricerca di una nuova età dell’oro ha sempre provocato danni immani. L’innocenza non è alle nostre spalle, non si ricostruisce, semmai ci è davanti, si raggiunge presupponendo l’omicidio, il male, la perversione. Solo allora quella minima rosa nel vaso, appena accennata, avrà un senso miracoloso. Un mondo è passato, distrutto, e un altro, consecutivo, è in fiore.
Nel Diario di uno scrittore, pubblicato in concomitanza con la sua morte, e che radunava saggi, articoli, provocazioni scritte con penna arguta e acuminata nell’arco di un decennio, Fëdor Dostoevskij inserisce anche una manciata di racconti. Tra questi, spicca per densità drammatica e profetica Il sogno di un uomo ridicolo. Il testo raduna, condensati, un po’ tutti i temi forti di Dostoevskij, e s’incastra, essendo stato scritto a ridosso dei “Karamazov” e dopo L’adolescente, nella sua stagione ultima e limpida. La storia è quella di un “uomo del sottosuolo” che ha una intuizione drammatica: “al mondo ovunque tutto è indifferente”. Dacché ogni cosa equivale a un’altra, quest’uomo decide di uccidersi la sera stessa. Sennonché, sulla via di casa, incoccia in una bimba, allarmata, che richiede aiuto. Egli la scaccia con prepotenza, ma l’evento, misero e simbolico assieme, lo tormenta. Rapito nei suoi pensieri, desolato nella sua camera, l’uomo non si uccide ma sogna – siamo ancora e sempre in un mondo onirico, ma più reale della realtà. Sogna di essere “su una di quelle isole che formano l’arcipelago greco” (ricordate, l’Odissea?), circondato da uomini perfetti, che vivono in “una sorta di innamoramento reciproco, totale, generale”. L’uomo ridicolo fa esperienza dell’Eden, vede istoriata sulla plancia del sogno una nuova o antica era dell’oro. Eppure, la verità dell’uomo terrestre lo turba, lo ossessiona, non gli dà pace né scampo: “Sulla nostra terra noi possiamo amare veramente soltanto con sofferenza e attraverso la sofferenza! Noi non siamo capaci di amare in altro modo e non conosciamo altro amore. Io voglio la sofferenza, per amare”. Nel sogno, che si volge repentinamente da placido in inquieto, l’uomo ridicolo corrompe quella stirpe di puri di cuore, “come una cattiva trichina, come un atomo di peste che infetta nazioni intere, così io infettai tutta quella terra felice e innocente prima del mio arrivo”. L’Eden si snatura, ruota in cruda mota terrestre, e peggio ancora. Quando l’uomo si sveglia dal sogno, allucinato, comincia a profetizzare per le vie di Pietroburgo una verità lì da duemila anni ma pur sempre valida: “ama gli altri come te stesso, ecco la cosa principale, ed è tutto, non occorre proprio niente altro”. Ovviamente, gli uomini comuni prendono il nostro ridicolo per pazzo, per un delirante. Per un sognatore. Stringo nel polso il racconto, lo faccio ruggire. Non è forse quello che fanno i nostri ‘ingenui’? Profetizzano l’era dell’oro, per lo meno quella del sogno. Ed essendo dei signori ‘nessuno’, vengono scambiati per ridicoli, per pittori azzardati, infelici e infantili. Poco importa, ormai sappiamo che solo al ‘nessuno’ è concessa l’esplorazione millimetrica nelle regioni dell’ignoto e dell’imperlustrato, dell’imprevisto e dell’ignorato. Tutte cose che non possono essere catalogate in una speciale etichetta che faccia fieri i criticonzi dell’arte contemporanea, i galleristi-avvoltoi e gli artisti-faine. Meglio così. Ode ai signori ‘nessuno’ e ai ridicoli di ogni tempo. 
 
Nella vita, almeno per un attimo, tutti siamo stati Arthur Rimbaud. Ingenuo e feroce, radicale e assoluto, egli, assurdamente, è il simbolo della fanciullezza. In cui il sogno è plausibile, l’ignoto verificabile, lo sconfinato la garbata aiuola sotto casa. Rimbaud, il poeta bambino, è il padre e il paladino dei moderni neoprimitivi. In qualche modo, li identifica nella sua opera più alta e insolvibile, Une Saison en Enfer (1873), in particolare nella seconda porzione dei Délires. “Mi piacevano i dipinti idioti, soprapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per bambini, vecchie opere, ritornelli insulsi, ritmi ingenui”. Camera delle meraviglie all’opposto, di traverso, in cui splende il disusato e l’abusato, l’informe, il grottesco, il polveroso. Il Doganiere, mirando le tracce, le trecce che sbrecciano le sue mani, cerca di intercettare la propria sorte, che già Rimbaud il veggente gliela impiatta. Con beata frustata ai marchingegni stilosi, innocui, d’allora: “trovavo risibili le celebrità della pittura e della poesia moderna”. Il poeta dell’“estrema innocenza”, dell’ingenuità selvaggia, millenaria, ci dice già tutto, basta assecondarne le vie, serpentine e difformi. Occorre fare così, passeggiare intorno a questi quadri imbracciando il volume catastrofico e definitivo di Rimbaud. Come alchimisti che abbiano scoperto la pietra perfetta in grado di dare eternità al morituro. “Sognavo crociate, viaggi di scoperte di cui non è rimasta relazione, repubbliche senza storia, guerre di religione represse, rivoluzioni di costumi, spostamenti di razze e di continenti: credevo in tutti gli incantesimi”. Per rilevare e far esplodere l’incantesimo, fiammella che scaturisce frizionando gli occhi, è necessario lo sguardo, non innocente ma ingenuo. Il pittore marchiato dal mondo moderno, vacca da macello e da mungitura, ci introduce semmai in una forma raffinata del già noto. Eppure, l’inesplorato, l’insepolto appartengono al folle, al fanciullo, al dilettante. Che non si “diletta” perché il talento di stendere colori o versi o tocchi di scalpello gli scalda il cuore; al contrario, è l’istinto ferino, impossibile, che lo guida. Così che il segno, in verità, si muta in scavo, il gesto della penna o del pennello in graffio, dentata, pugnalata. Eccoci all’evento: come l’ominide brutale che incide per sempre la propria storia sulla parete, ampia e vigorosa come una tela.
Perlustrazione in Rimbaud. Nella lettera a Paul Demeny, datata “Charleville, 15 mai 1871”, specie di vulcanica, bizzosa dichiarazione di poesia, ci sono un paio di cose indimenticabili. Primo: Rimbaud fa piazza pulita di tutta la tradizione che lo precede. La studia, la ha amata, la getta nel baratro. L’arte puzza di marcio e, più che disincantata, è asservita alla mediocrità comune. Che cosa deve fare il poeta (o il pittore)? “Egli cerca la sua anima, l’indaga, la tenta, l’impara”. Infine, in scalata solitaria e privo di ramponi, “si fa ‘veggente’”. Fino a giungere lì, alle soglie dell’ignoto, ormai per tutti “il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto – e il Sommo Sapiente!”. Tolta qualche incrostazione da maledettismo Liberty, il punto è chiaro. Con “balzo attraverso le cose inaudite e innominabili” e un programma a ventiquattro carati: “enormità che diventa norma […] indagare l’invisibile e udire l’inaudito”. Il che vuol dire, disporsi per sempre al rischio, al balzo angelico e a quello che schianta la schiena, con la spina dorsale che s’incunea nel tombino simile a una vipera. Rimbaud non ci dà una lezione di stile (son passati i tempi del gigantismo infernale ormai museale e di facciata) ma di attitudine. Ci mostra la plancia e ci indica la qualità del tuffo. Incava il torso, rotea le braccia, volteggia le gambe, e l’azzurro, spianato come una pupilla, ti attende. Peraltro, quando si trovò a rincorrere il sogno, l’ignoto e quanto aveva già scritto, prevedendolo, a Rimbaud l’ex fanciullo andò malissimo. Papale ingresso nel delirio del mondo. Non scriverà più un verso, intraprende attività oniriche come il commerciante d’armi, l’avventuriero, infine il vagabondo. Genova, Cipro, Alessandria d’Egitto, poi Aden, Harar. Si spinge in luoghi africani mai esplorati prima da sguardo occidentale, europeo. 5 maggio 1884, da Aden, missiva destinata ai famigliari: “Che esistenza desolante conduco sotto questo clima assurdo e in queste condizioni insensate!”; “La mia vita qui è un vero incubo. Non vi figurereste mai come me la passo male. Lontano da lì: io stesso vedo sempre che è impossibile vivere più penosamente di me”. Il sogno, nel mondo, si fa crudo, impossibile. La vita è separata indicibilmente dall’arte. “Je est un autre”, io è un altro, scriveva perentoriamente Rimbaud al sodale Demeny, perché l’artista quando crea è sempre altrove, è sempre altrui. Quando volle essere se stesso, Rimbaud si smarrì.

Ingenuità all’italiana. È vero, il nostro “selvaggio”, in anni di cruciale primitivismo, è stato Dino Campana. Il folle, l’idiota, la magnetica bestia i cui Canti orfici equivalgono a un quadro di un “semplice”: tinte forti e pennellate dure, contorni nettissimi. Ambigua ma esemplare la sua storia, poi virata, malgrado lui, in leggenda: il matto viene disteso nel manicomio di Castel Pulci e lì marcirà, fino a morire, nel 1932. Ardengo Soffici non sopportava le irruenze del mefistofelico Campana, né la sua posa eccessiva da “maledetto”, eppure, nel 1911, scrisse uno scoppiettante profilo di Arthur Rimbaud. Eccolo a proposito della Stagione all’Inferno: “Che cosa sono qui il bene, il male, il bello, il brutto, la ragione, la pazzia? Non più categorie, non più leggi, non più freni. L’abisso freddo e tremendo abitato solo dal mistero. Ma mentre gli altri restavano a vagolare spauriti a pie’ di questo mostro piantato nelle tenebre, egli s’è fatto coraggio e s’è arrampicato lungo i suoi meandri fino a ritrovar la luce”. C’è da intravedere, in questa dantesca fuga, il percorso celeste e infernale dei “semplici”.
Eppure era stato già detto tutto. Il “fanciullino” di Giovanni Pascoli non è soltanto il bimbo che dentro di noi non vuol farsi grande, il Peter Pan di cartapesta che continua a svolazzare usando le nostre viscere come aquiloni o deltaplani. È lo spettro che ambisce al mondo del sogno – e perciò dell’attenzione desta, diurna – e rigetta le leggi mortali. “Egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza e curiosità meglio che loquacità: impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare”. Pubblicato nel 1897 e compiuto nel 1902, Il fanciullino respira assieme a Mowgli e a Kim, assieme al Doganiere e assieme al bambino tremendo Kurtz. Si scavalca il secolo e gli artisti, disparati e dalla cima di diversi fari, sentono la pressione dei primordi. Esplode l’inconscio, vorticosamente, si studia il selvaggio. Ma ogni ‘primitivismo’ sorge quando il primitivo è già irraggiungibile, non più verificabile, come la cucina ‘della nonna’ che diventa business solo quando le nonne son morte da cent’anni. Siamo perduti, dicono gli artisti, salviamoci. Umberto Saba, il burbero poeta semplice, latrava ai quattro venti che “ai poeti resta da fare la poesia onesta”. L’onesto, il necessario. La poesia tersa, che lascia sgomenti e senza scampo, infrangibile, perfino intoccabile. Decisiva fin nella singola lettera alfabetica. Saba sapeva bene che la verità in letteratura chiede in cambio il sacrificio dell’artista. Ma non c’è alternativa per scampare allo sfascio dell’uomo che gioca a fare l’arte. L’arte non si gioca, si rischia. E la semplicità, per noi corrotti, si ottiene al prezzo di magistrali fallimenti, di percorsi ipertortuosi e di mastodontiche scavature.

Manca all’appello Cesare Pavese, che quest’anno, tiro da biliardo del caso, avrebbe compiuto cent’anni. Pavese l’ingenuo, che pagò tragicamente la propria ingenuità. E che per tutta una vita ha tentato la via del selvaggio, del Gauguin della letteratura. Amava gli americani, Pavese, tanto da averli tradotti e impiattati per i nostri occhi. Herman Melville e Sherwood Anderson, Walt Whitman e William Faulkner. D’altro lato, adorava i greci antichi con devozione furente e didattica, saldata per sempre nel libro a lui più caro, i Dialoghi con Leucò. Oltreoceano Pavese cercava l’ingenuità smarrita, le «sensibilità nude e primordiali», i colori aspri, vividi, intoccati, come il Gauguin che fugge la città per i paradisi tropicali e disumani delle Samoa; in Grecia la fanciullezza del pensiero, la prima, involuta età del mondo. Chi legge Il mestiere di vivere, il drastico, drammatico zibaldone di Pavese, non si stupirà nel rivedere il ‘fanciullino’: “L’infanzia non conta naturalisticamente, ma come occasione al battesimo delle cose, battesimo che ci insegna a commuoverci davanti a ciò che abbiamo battezzato. A qualunque età possiamo battezzare. Ma occorre essere tanto ingenui da credere che questa trasfigurazione sia la conoscenza oggettiva. Per questo di solito l’infante ci riesce” (15 giugno 1943). Pavese l’ingenuo, che tenta il naïf nel romanzo, con La luna e i falò, per esempio, o con le poesie, volutamente sghembe, antiretoriche, schive. “Dov’è l’interesse per il selvaggio, che pure t’incute?”, si domanda Pavese l’ingenuo, che poi ci consegna, per tocchi, una lezione di storia della letteratura: “L’arte del Novecento batte tutta sul selvaggio. Prima come argomenti (Kipling, D’Annunzio ecc.), poi come forma (Joyce, Picasso ecc.). Leopardi con le illusioni poetiche giovanili ha vagheggiato questo selvaggio, come forma psicologica. […] Il selvaggio t’interessa come mistero, non come brutalità storica. […] Selvaggio vuol dire mistero, possibilità aperta” (10 luglio 1947). In fondo, l’artista, grande o modesto, eccellente o casalingo, è sempre selvaggio, ingenuo e feroce. L’artista è sempre Mowgli. Altrimenti, molto semplicemente, non è artista. Piuttosto, chiamatelo showman, o portaborse.

Ancora Cesare Pavese. La sua passione per il primordiale e il selvaggio dà frutti editorialmente muscolari. Nel 1947 vara per Einaudi, con la collaborazione di Ernesto de Martino, la “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici”; nel 1948 legge e legalizza le prime traduzioni da Omero di Rosa Calzecchi Onesti (“un lavoro da fare tremare i precordi”, le scriverà), traduce la Teogonia di Esiodo. In quegli anni, Pavese si appassiona alle esplorazioni accademiche del geniale storico delle religioni Raffaele Pettazzoni. Costui, per gli ‘avversari’ della Utet, compila un’antologia titanica di Miti e leggende (1947-1963) del mondo (nel terzo volume, destinato all’America Settentrionale, viene omaggiata, tra gli artisti che “per primi hanno sentito il fascino e il richiamo di queste forme arcaiche”, “l’esperienza e la testimonianza di un umanissimo poeta, Cesare Pavese”). In qualche modo la selvaggia saggezza dei ‘primitivi’ ottiene la laurea. Ciò che dice il Pettazzoni a proposito della “forza arcana e possente” del mito, del racconto ancestrale delle origini, la cui verità “non è di ordine logico; nemmeno è di ordine storico: è, soprattutto, di ordine religioso, e più specialmente magico”, vale, con le regolari differenze, per i ‘semplici’. I quali, come sappiamo, antepongono alla storia il sogno, alla ragione il ragionevole delirio, l’ossimoro. Accogliamo il pensiero del savio Pettazzoni: “Verrà un giorno in cui anche i miti delle origini perderanno la loro ‘verità’ e diverranno a lor volta ‘storie false’, ossia favole – e ciò sarà quando anche il loro mondo, costituitosi sulle rovine del primo, andrà a sua volta in frantumi per dar luogo ad una ulteriore formazione diversa. Così infatti procede la storia, per successive disgregazioni e reintegrazioni, dissolvimenti e rinascite, nella perenne alternativa del vivere e del morire”. E se questi quadri, semplici e primordiali, netti e impietosi, non risvegliassero un mondo perduto – quello lo fanno gli accademici – ma preparassero le origini di un mondo nuovo? 

Bizzarria della storia e della cultura, che provo a segnalare così. Il moralista viennese Sigmund Freud, che si può dire abbia informato di sé l’intero Novecento, ci ha spiegato due cose. Che l’uomo è una malattia (il concetto gli giunge per direttissima da Nietzsche: “una di queste malattie della terra si chiama, per esempio, uomo”) e che l’uomo è un sognatore. Anzi, che forse la verità dell’uomo la si ricava proprio studiando i suoi sogni. In realtà, l’essere che deambula giornalmente per le vie del mondo non è che un calco, imperfetto e statico, estratto da quella materia volubile e complessa. Come si sa, lo smascheratore Freud utilizzò i propri saperi per scavare nelle nevrosi e nei miti dei popoli dei primordi, dei selvaggi moderni, ricavandone un volume di successo, Totem e tabù (1912). Paul Valéry, che in qualche modo anticipa le risposte e gli inquieti interrogativi di Freud, ci rivela, dalla matassa baluginante e insolvibile dei suoi Cahiers, una verità impossibile: “C’è qualcosa di terribile nell’essere ciò che si è. Se io è qualcosa, esso è niente”. Fate dialogare questo assioma, imperdonabile e imperdibile, con quanto detto a proposito di Odisseo e di Rimbaud. Risolveremo l’enigma dei “nessuno” così: ogni vero, grande artista è sempre e comunque un “nessuno”. Pena la squalifica dell’opera.

Lezioni evangeliche. Come si sa, si giunge al Padre attraverso il Figlio, in fondo tornando fanciulli. Più che un ritorno, una conquista. Non c’è nessun Eden da raggiungere, ma una vita da vivere. Con uno sguardo che setaccia, attento, particolare, impietoso. I bambini sono impietosi perché non distinguono il bene dal male. Proprio per questo, l’attimo dopo aver accusato, sanno perdonare. “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Chi dunque si farà piccolo come questo fanciullo, questi sarà il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18, 3-4). Questo dice Gesù, con perpetuo, drammatico sbilanciamento dei piani comuni, per cui il piccolo è in verità l’altissimo, il povero il ricco, l’ignorante il sapiente. Come se tutto il mondo si convertisse. Ecco, convertirsi. Convertire dopo tutto significa ruotare, svoltare, cambiare rotta e marcia. Torna Rimbaud: “La scienza, nuova nobiltà! Il progresso. Il mondo cammina! Perché mai non dovrebbe svoltare?”. Non c’è malinconia nelle parole di Gesù, nessun ritorno al passato in un pensiero teso costantemente a oltrevarcare i paradossi, spinto alle estremità dell’accettabile. Si diventa bambini essendo adulti. Anzi, l’adultità, la saggezza, è fanciulla. Perché il giudizio è semplice, spoglio, netto. Impietoso, sì. Ingenuo e feroce. I Vangeli sono pieni di bambini, Gesù ama farsi assediare da loro, con loro il dialogo è teso, depurato (“Allora gli furono portati dei bambini affinché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse: ‘Lasciate, non impedite che i bambini vengano a me, poiché di essi è il regno dei cieli’” (Mt 19, 13-14); “Quindi, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e stringendolo fra le braccia disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini in nome mio accoglie me e chi accoglie me non accoglie me, ma colui che mi ha mandato’” (Mc 9, 36-37). Bambini e donne affollano i Vangeli. Le creature marginali, ignote, deboli. Ma è tutta apparenza. Perché il debole, in realtà, è il più forte.
Paolo di Tarso, come al solito, complica le cose. “Fratelli, non comportatevi da bambini nel giudicare, siate fanciulli quanto a malizia ma adulti nei giudizi” (1 Cor 14, 20). L’adulto è smaliziato, e forse per questo è savio, cioè discerne il bene dal male. Il bambino è innocente, ma anche impulsivo, gli sfuggono i contorni delle cose. La prospettiva, sgranata, cambia. Gesù parla del regno dei cieli, in cui concetti come bene e male, giusto e ingiusto sono superficiali, inutili; Paolo, oratore infallibile, organizzatore sublime, si riferisce al mondo degli uomini, in cui i bambini debbono essere educati, sono facili prede. Stringi stringi, esaltando diabolicamente i versetti biblici cosa mi assilla? Che l’artista, costantemente di fronte alla scelta – cosa raffigura, con quali colori, attraverso quali tecniche, che cosa vuole significare… – deve convertirsi. Bambino e selvaggio, piccolo, spaventoso Mowgli che si aggira tra le aule barbaglianti degli atelier di grido, ululando. L’arte fa spavento, atterrisce. Una rosa dai petali aperti, simili a mille millenari volti, nel suo vaso appena stuzzicato dal pennello. Intorno il vuoto, monastico. Non serve altro. I mercanti-avvoltoi dell’arte, che rivendono e propinano carcasse, che volino altrove.  

Shere Khan ha la testa memorabile e gigantesca della tigre di Antonio Ligabue. È ‘tuttabocca’, rossa ed esorbitante, con la lingua che assomiglia all’architettura alare di un angelo. I denti, bianchissimi, cadono e s’incrociano come un rosario, gli occhi a mala pena si vedono, scompaiono dietro il naso, i baffi, le striature complesse e cabalistiche. Shere Khan è il male, violento, e Mowgli, per diventare creatura, deve ucciderla. Altrimenti, è destinato a restare spettro inerme, sogno abortito o appena abbozzato. Ma la caccia grandiosa è quella contro il dhole, il Cane rosso, come è chiamato il racconto più grave e ferino dei Libri della giungla. Il dhole, figura dell’avidità incontrastata e della fame impietosa, attacca in branchi incalcolabili. Attraversa la giungla e la squassa, la esaurisce, consumandola, e non c’è bestia che possa opporsi a questa piaga biblica, assalto delle locuste e pioggia di fuoco assieme. Ma Mowgli, l’artista selvaggio, il bambino bestia, che può essere ogni cosa non appartenendo a nulla (“Mowgli il Ranocchio sono stato, Mowgli il Lupo ho detto di essere. Ora dovrò essere Mowgli la Scimmia prima di diventare Mowgli il Cervo. E da ultimo sarò Mowgli l’Uomo”) riesce nell’incredibile, affronta e doma l’impossibile. Grazie all’astuzia, ma soprattutto alla capacità di parlare e di persuadere tutti gli animali, senza distinzioni di clan – Mowgli è tutti e nessuno – il bambino silvestre disperde il branco dei dhole, anzi, lo annienta. “Tu sei in tutto e per tutto uomo, altrimenti il Branco sarebbe fuggito davanti ai dhole”, gli ripete Akela, l’antico capolupo, morente. “Mowgli costringerà Mowgli. Torna dal tuo popolo. Va’ dall’uomo”, conclude la bestia. Il mondo dei sogni, magnifici e terrificanti, sublimi e selvaggi, si occlude, albeggia quello degli uomini. Eppure, sconsideratamente, con la furia felice degli ingenui, i nostri ‘primitivi’, pittori del sogno e della giungla, restano pur sempre sul valico. Tra il villaggio degli umani e il covo dei feroci. Ancora, orgogliosamente dei ‘nessuno’, perché come Mowgli possono essere ogni cosa, la tesi e l’antitesi, il concetto e il proprio opposto, l’arma superiore e il modo per disinnescarla – e i dhole, per caso, non vi ricordano la pulsione viscerale e stomachevole, disperata di certi negrieri dell’arte contemporanea? Dopo tutto, come sussurrava Norman O. Brown in cima al decisivo Love’s Body (1990), “Almeno nella vita dello spirito, le avventure andrebbero portate fino in fondo”.    

L’unica certezza è che siamo mortali, che invecchiamo, che le cose, anche i segni più duraturi e granitici, sono destinate a liquefarsi. Che cosa riassume la nostra vita? La somma dei nostri atti, delle nostre scelte, delle nostre opere? È troppo poco, e in fondo, siamo un desiderio. Sporgiamo verso di esso. Siamo sempre l’ultima cosa che stiamo facendo, l’ultimo oggetto che vorremmo contemplare, l’opera magnetica che attende di giustificarsi in uno scritto o su un quadro. Perfino, potremmo sacrificare tutto ciò che siamo stati per un volto ignoto, una fuga imprevista, un implausibile e imperdonabile sogno. In fondo, il sogno e l’impossibile costituiscono la nostra armatura di uomini. Per questo la mostra a cui assistete, il gesto, è un pugno. Nella bocca degli inferi e del mondo. Un atto, ecco cos’è questa mostra. Un appello. Perentorio e senza scampo. O di qui o di là. O con noi o contro di noi. Un colpo storico e politico. Per cambiare il mondo o distruggerlo platealmente, con una stele in cima. Tutti salvi, o nessuno.

Davide Brullo